Il Ritmo nei miei piedi

 

Il Ritmo nei miei piedi

 

 


La danza e' una delle rare attivita' umane in cui l'uomo si trova totalmente impegnato: corpo cuore e spirito. Per il bambino danzare e' importante come parlare, contare o imparare la geografia. E' essenziale per il bambino, nato danzante, non dissipare questo linguaggio sotto l'influsso di un'educazione repressiva e frustrante.


MAURICE BEJART

 


serpenti

 

DA UN'IDEA DI

riccardo_ronzoni.

Riccardo Ronzoni

Fin da bambino la danza e' stata la mia forma di espressione preferita,istintiva. A 18 anni inizio i miei studi di danza contemporanea presso la scuola Centro Danza e Teatro Correggio" di Correggio (RE), e da allora ho sempre approfondito il mio interesse incontrando in workshop e stage maestri e coreografi. Fondamentali per me sono stati, fra gli altri, gli insegnamenti di Claude Coldy e la sua danza sensibile, Inaki Azpillaga, Ivan Wolfe, Herve' Diasnas e David Zambrano.
Il mio interesse e' per una danza che parte dall'ascolto delle proprie sensazioni interne per dargli voce attraverso il movimento. Un corpo libero che si muove guidato dal suo istinto, che riesce ad esprimere le emozioni e le sensazioni che gli risiedono dentro, un corpo che suda, e' per me un corpo che danza.

 

 


Non so danzare sulle punte
-nessuno mi ha insegnato-
eppure a volte, dentro di me,
sento una tale frenesia che
se fossi una ballerina provetta,
eromperei in certe piroette
da lasciare sbalordito un intero corpo di ballo
e in preda all’invidia la sua primadonna.
E anche se non avessi il tutù di tulle
e non avessi ricci nei capelli,
e non mi impegnassi in salti
-con una zampa per aria, come certi uccellini-
e non mi tuffassi in nuvole di piume,
e non rotolassi in ruote di neve
fino ad uscire di scena tra la musica
e gli applausi e i richiami del pubblico
e anche se nessuno sapesse di questa mia dote,
di cui ho appena fatto cenno qui,
e se anche nessun manifesto mi facesse pubblicità,
il mio spettacolo sarebbe sempre “tutto esaurito”
come all’Opera.

EMILY DICKINSON

 
     
 

 

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IL RITMO NEI MIEI PIEDI, IMMAGINI E PAROLE DI DANZA

Parole vibranti quelle che Rudolf Nureyev ci ha lasciato in questo testo. Testimonianza del suo immenso amore per la danza.
Chiunque può trovarvi ispirazione. Chiunque può essere toccato dalle forti emozioni che emergono tra le righe.
Raccontando della danza Nureyev arriva dritto alla vita, portandoci con sé, in quello spazio di universo dove i suoi piedi erano capaci di arrivare.

nureyev-sorriso

“Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza. Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, a fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi.
nureyev-mezzobustoOgni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento. E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa. Ricordo una ballerina Elèna Vadislowa, famiglia ricca, ben curata, bellissima. Desiderava ballare quanto me, ma più tardi capii che non era così. Lei ballava per tutte le audizioni, per lo spettacolo di fine coso, per gli insegnanti che la guardavano, per rendere omaggio alla sua bellezza. Si preparò due anni per il concorso Djenko. Le aspettative erano tutte su di lei. Due anni in cui sacrificò parte della sua vita. Non vinse il concorso. Smise di ballare, per sempre. Non resse la sconfitta. Era questa la differenza tra me e lei. Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria.
Ero povero, e sfilavano davanti a me ragazzi che si esibivano per concorsi, avevano abiti nuovi, facevano viaggi. Non ne soffrivo, la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso. La mia sofferenza sarebbe stata non esserci, non essere lì, circondato da quella poesia che solo la sublimazione dell’arte può dare. Ero pittore, poeta, scultore. Il primo ballerino dello spettacolo di fine anno si fece male. Ero l’unico a sapere ogni mossa perché succhiavo, in silenzio ogni passo. Mi fecero indossare i suoi vestiti, nuovi, brillanti e mi dettero dopo tredici anni, la responsabilità di dimostrare. Nulla fu diverso in quegli attimi che danzai sul palco, ero come nella sala con i miei vestiti smessi. Ero e mi esibivo, ma era danzare che a me importava. Gli applausi mi raggiunsero lontani. Dietro le quinte, l’unica cosa che volevo era togliermi quella calzamaglia scomodissima, ma mi raggiunsero i complimenti di tutti e dovetti aspettare. Il mio sonno non fu diverso da quello delle altre notti. Avevo danzato e chi mi stava guardando era solo una nube lontana all’orizzonte. Da quel momento la mia vita cambiò, ma non la mia passione ed il mio bisogno di danzare.
Continuavo ad aiutare mio padre nei campi anche se il mio nome era sulla bocca di tutti. Divenni uno degli astri più luminosi della danza. Ora so che dovrò morire, perché questa malattia non perdona, ed il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo di peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire.
nureyev-ballerino

Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita.
Non essere ballerino, ma danzare.
Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera.
È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita…


piede-ballerino  

SHEN WEI DANCE ARTS

"RE-(PART I)"


"RE-(PART I) è prevalentemente basato sui sentimenti suscitati dalla terra, dalla gente, dalla religione e dalla cultura tibetana che hanno caratterizzato i miei recenti viaggi". Shen Wei

Piccoli pezzi di carta bianca e blu formano un grande Mandala che copre l'intero palcoscenico. I danzatori portati da movimenti fluidi ed intensi scompongono il disegno come si usa fare in Tibet per rappresentare la fugacità delle cose, un esercizio che ha l'obiettivo di rendere l'uomo consapevole che tutta la vita esiste soltanto nel qui e ora. Una distruzione rituale al ritmo del loro respiro spinge i danzatori in una danza mistica e circolare scandita dai canti buddisti tradizionali interpretati dal monaco tibetano Choying Dolma.

 



 



I Mandala (termine che in sanscrito significa Cerchio) sono figure geometriche dotate di una potente carica simbolica e terapeutica. La filosofia orientale li intende come rappresentazioni dell'universo, la psicologia occidentale li interpreta come raffigurazioni spontanee dell'inconscio: disegnare un mandala, o anche solo colorarlo, diventa allora un modo per esprimere se stessi, liberare la propria fantasia, scrutare il proprio mondo interiore.

Nella cultura indo-tibetana, il mandala è una forma geometrica che raffigura l'ordinamento del mondo, il gioco delle forze che in esso operano e che si ritrovano anche all'interno di ciascuno di noi. Nelle pratiche religiose orientali il mandala è soprattutto uno strumento per la meditazione e la concentrazione.

“Mi fu sempre più chiaro che il mandala è il centro, è l'espressione di tutte le vie, è la via dell'individuazione„ C.G.JUNG

Nella nostra cultura è stato sopratutto lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung a occuparsi dei mandala. Egli ha scoperto che essi sorgono spontaneamente sotto forma di immagini interiori, come tendenza della psiche all'autoguarigione, soprattutto in situazioni di forte confusione psicologica, come, per esempio, nella psicosi e nelle nevrosi.
Il crescente interesse che si osserva oggigiorno per i mandala e la loro più frequente comparsa nell'arte e negli esercizi di meditazione possono essere interpretati come reazione a un'epoca che si smarrisce sempre più nell'esteriorità e lascia insoddisfatte le anime degli uomini.

 

 

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“Il Mandala è movimento, è la ruota della vita, la raffigurazione dell'universo, sorge continuamente dal centro, tende all'esterno e al tempo stesso dal molteplice converge verso il proprio centro. Ogni essere umano riconosce questo modello fondamentale poichè lo porta in sé„ R. DAHLKE

 

da "Mandala, Le figure del mondo interiore" di Rüdiger Dahlke


 

 

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SHEN WEI coreografo, regista, ballerino, pittore, designer e fotografo è famoso per la sua visione interculturale e interdisciplinare della rappresentazione.
Shen Wei è nato a Hunan in Cina nel 1968. Figlio di artisti dell’opera cinese, ha lasciato la sua città natale a 9 anni per studiare la musica e la calligrafia tradizionale. Grazie agli studi sul’arte visiva occidentale (dal neo-classicismo al surrealismo e all’espressionismo astratto) ha elaborato una particolare sensibilità nei confronti della danza moderna come ideale espressivo. Nel 1989 Shen Wei si è trasferito a Guangzhou per studiare danza moderna e coreografia all’Accademia di danza. Nel 1991 ha fondato la Guangdong Modern Dance Company, prima compagnia di danza moderna cinese, dove ha lavorato come interprete e coreografo. Nonostante la fama internazionale ottenuta con questa compagnia, il giovane coreografo era alla ricerca di nuovi spunti.
Nel 1995, grazie alla possibilità di trasferirsi a New York per studiare con il Nikolais/Louis Dance Lab, il ventiseienne coreografo ha deciso di incominciare una nuova vita in occidente. I cinque anni successivi hanno gettato le basi di una carriera internazionale che continua fino a oggi.
Nel luglio 2000 ha fondato la Shen Wei Dance Arts debuttando con “Near the Terrace” all’American Dance Festival. Ben presto la compagnia è entrata a far parte del circuito internazionale della danza e negli ultimi otto anni è stata in tournée nei cinque continenti. Oltre alla coreografia, Shen Wei si occupa normalmente anche dell’ideazione delle scene, dei costumi e del trucco delle sue creazioni.

 

“Ascolto molta musica e poi trasformo le idee nella poesia della danza, che cattura la conoscenza in un modo così vitale, che non è letterale né narrativo. La danza prende le informazioni e le fa diventare qualcosa di unico, viscerale e molto diretto. È più una questione di emozione e di spirito che di narrazione. Voglio creare qualcosa che per il pubblico sia un’esperienza, non solo un modo piacevole di trascorrere del tempo a teatro. Voglio realizzare uno spettacolo che sorprenda, intrattenga e sfidi il pubblico e gli trasmetta quell’eccitazione che io provo quando faccio nuove scoperte”. CAROLE ARMITAGE

 

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ALEKO
coreografia di Sidi Larbi Cherkaoui e Damien Jalet
creato e danzato da Alexandra Gilbert e Damien Jalet

 

 


 

“Aleko” è stato creato nel marzo 2006 presso il Museo d’Arte Contemporanea di Aomori in Giappone. La coreografia è liberamente ispirata al romanzo di A.S. Puškin “Gli Zingari” che racconta la tragica storia di Aleko, un esiliato Russo che, per passione, arriva ad uccide la propria compagnia, una volta scoperto il suo tradimento. In maniera a volte sottile, a volte complessa, Sidi Larbi Cherkaoui e Damien Jalet reinventano questa storia mettendo a confronto alcuni elementi folkloristici dei Balcani con elementi culturali e mitologici giapponesi.
Il tema della libertà, dell’esilio e della perdita della persona amata sono conservati e reinterpretati in una coreografia fluida, molto fisica e carica emotivamente.

 

SIDI LARBI CHERKAOUI nasce in Belgio, ad Anversa da padre di origini marocchine. Si forma presso la scuola P.A.R.T.S. diretta da Anne Teresa De Keersmaeker, la coreografa della compagnia Rosas. Nel 1995 vince il primo premio nel concorso “The Best Belgian Solo” organizzato a Gand da Alain Platel. Successivamente aver danzato per Platel, incomincia a lavorare come coreografo affiliato per la compagnia Les Ballet C.de la B.. Nel 2001, presenta la sua prima coreografia “Rien de Rien” riscontrando subito il favore di pubblico e critica. Seguono i lavori “Foi”, “Tempus Fugit”, “Zero Degree” (in coppia con il coreografo Akram Khan), “Myth” e i più recenti “Sutra” e “Apocrifu”. Cherkaoui lavora con le più grandi compagnie e per i più grandi teatri europei, tra i quali il Grande Teatro di Ginevra e il Balletto di MonteCarlo, che gli commissionano coreografie. Adulato dalla critica internazionale, è considerato uno tra i più importanti coreografi della nuova generazione.


DAMIEN JALET nasce in Belgio. Frequenta un corso di teatro presso l’I.N.S.A.S. (Istituto Nazionale per le Arti Performative) a Bruxelles prima di approfondire i suoi studi di danza in Belgio e a New York. Nel 1998, debutta nello spettacolo di Wim Vandekeybus “The Day of Heaven and Hell”. Danza successivamente per coreografi come Ted Stoffer e Christine De Smedt. Nel 2000 incomincia un’intensa collaborazione con Sidi Larbi Cherkaoui all’interno della compagnia Les Ballet C.de la B.. Hanno creato insieme gli spettacoli “Rien de rien” (2000), “Foi” (2003), “Tempus Fugit” (2004) e “Myth” (2006). Nel 2003 Damien Jalet è stato proclamato Miglior Giovane Danzatore da "Le Ballet International".
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PINA BAUSCH
27 luglio 1940 – 30 giugno 2009

 

 

Cara Pina,

Eri la persona di riferimento più importante per così tanti danzatori, coreografi, registi, artisti. Il tuo grande cuore e la tua curiosità, la tua profonda umanità, la tua franchezza hanno trovato espressione nel tuo lavoro; nei tuoi tanti indescrivibili Stücken ma anche, in quest’ultimo anno, nella tua „Fest mit Pina“, dove ci hai invitati tutti al tuo tavolo per festeggiare con te la vita e la danza in tutte le loro sfumature.

Tento di spiegare ai miei bambini chi eri e posso solamente dire: È la madre della danza moderna.

Grazie.

Abbiamo perso una delle più importanti artiste del nostro tempo.

Pina, siamo addolorati per te.

SASHA WALTZ

Lione, 30 giugno 2009


Lione 30 giugno 2009

 

 

Shock
Uno squarcio alla nostra arte
Una danza assente
Una parte mancante dell’umanità
Una serenità
Un vuoto nell’universo

Pina
La più grande e amata coreografa del nostro tempo.
Una poetessa di sogni; il bello, il brutale.
Il realismo del confronto uomo donna.
Il tragico, il gioioso, il disperato.
Il suo umorismo ironico, concedendo uno spazio alle nostre emozioni taciute…
Sguardi che scavano nella ragione della mente e l’assurdo.
Una visionaria, avendo creato un linguaggio unico di teatro danza, una rivoluzione.
Ha creato la sua arte…per farci meditare, ridere, piangere, immaginare.
L’ispirazione di Pina, la sua perseveranza,
Il suo genio, I suoi capolavori: questi sono i suoi doni alla nostra memoria collettiva. Grazie Pina.
Dei fiori sulla collina
Alcuni petali sparsi sui giorni finché...

«I maestri non muoiono, stanno solamente dormendo»

CAROLYN CARLSON

 

Pina Bausch ha continuamente oltrepassato i confini di quella che chiamiamo danza.
Francamente non riesco a immaginare un successore di Pina Bausch.

JOHN NEUMEIER



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Era davvero la più grande coreografa del suo tempo. La sua morte mi sembra così irreale, perché lei era mia sorella, mia madre, la mia insegnante. Il modo in cui sapeva parlare dell’essere umano attraverso la danza era davvero unico. Ci ha mostrati in tutta la nostra bellezza e in tutte le nostre debolezze, ma sempre con tanto amore. Ci ha anche parlato della nostra fame d’amore. Ci ha mostrato le debolezze umane sempre con umorismo. Il suo teatro danza era molto riconoscibile ed accessibile, ma non le sono mai sfuggite idee semplicistiche. Aveva una profonda comprensione e amore per l’uomo in tutti i suoi aspetti.

ANNE TERESA DE KEERSMAEKER



Pina Bausch è morta.

L'improvvisa ed inaspettata fine della sua vita e della sua creatività ha scioccato la sua famiglia, i suoi amici, danzatori, collaboratori ed ammiratori della sua arte in tutto il mondo.

Siamo in lutto.

Pina continuerà ad influenzare tutti noi
che eravamo in contatto con lei
e che sperimentammo la magia del suo lavoro
così come la rettitudine e tenerezza del suo sguardo
a noi ed al nostro tempo.

Ho il cuore spezzato
per aver incominciato la nostra a lungo-attesa collaborazione e il film
troppo tardi.

WIM WENDERS

 

 

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Per me, il lavoro di Pina ha fatto come da miccia, quando l’ho visto per la prima volta all’inizio degli anni 80. Ha aperto molte porte per molti di noi. È stata la prima a fare domande ai suoi danzatori e usare le risposte per gli spettacoli. Aveva piccoli elenchi di domande. Potevano andare dalla più assurda come “Cos’hai mangiato per Natale?” a “Che cosa pensi dell’Amore?”. In mezzo c’erano mille altre domande. È stato piuttosto rivoluzionario. Molti di noi usano questo metodo oggi.

Il suo capolavoro è senza dubbio Café Müller. Nel 2001 mi fu chiesto di organizzare un Festival di Danza e ho contattato Pina. Tutti mi dicevano che sarebbe stato impossibile, che non avrebbe mai portato in scena solamente Café Müller e mai solamente per una serata. Ma lei mi invitò a Wuppertal, parlammo e venne! Portò al Festival Café Müller in un teatro troppo piccolo per andare bene per lo spettacolo.

Il modo in cui lei parlava dei suoi e degli altri spettacoli era molto sottile e poetico. Ciò che mi piaceva di lei era che non avrebbe mai parlato del tuo lavoro in termini di bello o brutto; cercava sempre di capire il motivo per cui qualcuno aveva fatto qualcosa.

Probabilmente non ero il solo a essere completamente innamorato di lei. Ti dava molta attenzione in modo molto positivo. Ti avrebbe condiviso con le persone con cui era. Era estremamente intelligente e sensibile e, in tal senso, uno specchio dei suoi spettacoli.

ALAIN PLATEL



Con una perenne sigaretta in mano, e il suo indescrivibile sorriso, Pina Bausch ha stabilito una svolta per la danza contemporanea nell’ultimo quarto del secolo scorso…La nostra amicizia era intensa e per sempre. Pina era molto femminile e molto sensuale… Ha suscitato molte emozioni in me e mi ha sempre inspirato.

PEDRO ALMODÓVAR




Uno dei primi spettacoli che vidi quando incominciai ad esplorare la danza contemporanea fu Nelken. Mi ricordo vividamente come distrusse tutte le illusioni che avevo costruito venendo dal mondo classico e come aprì la mia curiosità verso l’incertezza.

Pina Bausch ha il dono di togliere tutto ciò che è superficiale, tutti gli ornamenti in eccesso, tutte le illusioni o trucchi che a volte sono usati per nascondere le imperfezioni o le fragilità di uno spettacolo o di un danzatore; e, al contrario, presentare il lavoro nella sua forma più nuda, fragile ed onesta.

Quando lei rivela e celebra la vulnerabilità nel suo lavoro, al contrario mostra la sua potenza, il potere della relazione tra la complessità e la semplicità, caos ed ordine, rumore e silenzio.

Ci ha permesso di capire che le storie mostrate sul palcoscenico non sono così diverse dalle nostre storie; gli odori, i suoni, i luoghi e le emozioni rappresentate non sono così lontane dalle nostre esperienze.

Credo che l’arte della narrazione non stia nelle storie che raccontiamo ma nel modo in cui le raccontiamo, e per me, Pina Bausch è una delle più abili narratrici del nostro tempo.

AKRAM KHAN


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• SEGUI IL LINK, LEGGI L'ARTICOLO CHE IL CIRCOLO CULTURALE CAMMINAMENTE HA PUBBLICATO IN RICORDO DELLA GRANDE DANZATRICE E COREOGRAFA PINA BAUSCH:

www.camminamente.it/index.php/Riccardo-Ronzoni-Racconti/lectio-magistralis-di-pina-bausch.html





Riccardo Ronzoni - 29 Agosto 2009 ore 2.22

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Ciao Aida,
mi chiamo Riccardo Ronzoni, ho seguito un tuo workshop a Verona, nel 2007.
Curo su internet un piccolo blog dedicato alla danza, Il Ritmo nei miei Piedi.
Un blog che fa parte di un circolo culturale, CamminaMente.
Sul sito di CamminaMente abbiamo riportato un discorso di Pina Bausch
(http://www.camminamente.it/index.php/Riccardo-Ronzoni-Racconti/lectio-magistralis-di-pina-bausch.html)
Mi fa piacere fartelo sapere, è talmente meraviglioso questo testo!
Di omaggi per la scomparsa di Pina ne sono arrivati e ne arriveranno sempre tanti, il nostro vuole essere un piccolo contributo per condividere i pensieri e la sensibilità che il suo grande animo ci ha lasciato.
Inutile dirti che sono molto dispiaciuto per la sua morte improvvisa.

Colgo così, anche l’occasione per darti un saluto e dirti che conservo un bel ricordo di quel seminario.
Ricordo di essere tornato a casa carico d’energia dopo la performance finale!

Spero ci sarà un’occasione per rincontrarti
un caro saluto,
Riccardo



Aida Vainieri - 09 Ottobre 2009 ore 21.59

carissimo Riccardo, perdonami se rispondo solo adesso, sono appena tornata da una lunga tourne in brasile e cairo con caffe muller e sacre....sono a pezzi....ti rngrazio infinitamente di avermi scritto. e mi guardo con calma il tuo link.....ti ringrazio profondamente per il tuo contributo, e´ un gesto di profondo amore per pina e lo faro presente ai miei colleghi........ti ringrazio davvero di cuore. anche io ho un bellissimo ricordo di te e delle persone meravigliose che ho conosciuto in quella occasione eravate davvero un bel gruppo!!! grazie Riccardo...sentiamoci )))) aida

 

 

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Aida Vainieri in "Café Müller"



UN SENTITO GRAZIE AD AIDA PER LA GENTILEZZA E GENEROSITÀ DI QUESTA SUA RISPOSTA


 

 

 

 

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FAUSTIN LINYEKULA: “DOBBIAMO SOGNARE ANCHE SE CI TROVIAMO CON LA MERDA FINO ALLE GINOCCHIA”

26 maggio 2008 (MO – MONDIAAL NIEUWS) - «Un coreografo dal talento eccezionale che sta ottenendo un successo rapido e internazionale». È così che viene descritto Faustin Linyekula sul sito web del «KVS», il teatro Royal Flamand. Linyekula fa parte della programmazione del teatro di questo fine aprile. MO è andato a fargli visita a Kinshasa.


Del buon pollo, delle banane arrosto, della birra congolese e qualche anonimo musicista in un piccolo ristorante….Cos’altro serve per trasformare una cena con un ministro fiammingo in una festa meravigliosa? Il ministro fiammingo Bert Anciaux, trovandosi a Kinshasa per tre giorni per firmare la dichiarazione d’intenzione per la collaborazione culturale, ha organizzato una piccola serata chez Maman Colonel. Un’orchestra di tre persone scivola tra i tavoli e le sedie e, con classici nostalgici come “Indépendance Chacha” e “Après Toi”, porta la serata all’apogeo.
L’unico a non cantare, a non ridere alle battute, a non dondolarsi nemmeno sulla musica….è Faustin Linyekula.


A Gombe (il quartiere più chic di Kinshasa), sulla terrazza della scuola del Principe di Liège, ci ritroviamo il giorno seguente in un ambiente molto più calmo. Quando gli domando cosa lo preoccupava la sera prima, Linyekula risponde con reticenza. «Probabilmente è deformazione professionale» dice, quasi scusandosi, «ma mi è impossibile lasciarmi andare in un’atmosfera del genere senza vedere cioè che ci sta dietro. Guardando la cantante, vedevo anche la realtà che la attende quando lo spettacolo finisce e deve lasciare il locale. Non è più così giovane, non ha nessuna prospettiva nel suo avvenire di perseguire una vera e propria carriera, ma di sicuro ha dei bambini o altri parenti che dipendono da lei. A volte lo sento come un riflesso maledetto, perché anche a me piacerebbe semplicemente fare festa di tanto in tanto. Ma per arrivarci ho bisogno di essere completamente immerso nell’energia smisurata del rock. Comunque, ieri sera, la musica evocava un sentimento fragile. La voce era sempre sul punto di spegnersi. Per me tutto ciò era troppo delicato per sentire la voglia di fare festa».


Faustin Linyekula ha scoperto l’attrazione per le arti mentre frequentava la scuola secondaria cattolica. Il giovane Faustin non era per niente attirato dallo sport e dal podio, piuttosto dallo spazio intimo della poesia. «Studiavamo la poesia africana e francofona, ma è stata soprattutto il mio amico Vumi, che aveva due anni più di me, che m’incoraggiò a scrivere le mie poesie. Insieme, sognavamo della grande letteratura che creavamo, opponendoci del tutto al movimento della Negritudine glorificata dal nostro professore di francese. Molto dopo lessi ciò che Wole Soyinka ha scritto a tal proposito: «Una tigre non parla della sua tigritudine, lei balza sulla preda e la divora». Quindi ci lanciammo nella letteratura del mondo, anche se non lo facevamo allo scopo di diventare artisti a tempo pieno. In effetti, io sognavo un professorato e, magari, una designazione a una funzione ministeriale, come molti ex-allievi della nostra scuola». I giovani della generazione di Linyekula erano obbligati a mettere da parte molte delle loro ambizioni una volta finita la scuola superiore, poiché il caos degli ultimi anni di governo Mobutu rendeva impossibile accedere all’università. In fine Linyekula si è ritrovò a Nairobi, dove si dovette confrontare con la domanda: cosa fare con il resto della sua vita? La risposta fu chiara e netta: «Io voglio scrivere, voglio salire sul podio».


Dopo, Linyekula s’impose come scopo quello di stravolgere la letteratura e il teatro congolese. Un’ambizione di un giovane oggi forse non più così irrealizzabile, ma la domanda rimane: un ragazzo, pieno di talento, non ha cose più utili da fare in Congo? Linyekula mette da parte le provocazioni. Sa perché è un’artista: «I congolesi vivono tra le rovine, ed evidentemente non parlo solamente delle rovine fisiche, ma anche della distruzione totale nella testa delle persone. Questo è il motivo per il quale c’è una grande necessità di spazi dove poter sognare di nuovo. Spazi dove si possano porre domande critiche anche su se stessi. Dobbiamo sognare anche se ci troviamo con la merda fino alle ginocchia. Certo è importante che tutti abbiano da mangiare a sufficienza. Ma abbiamo anche l’obbligo di avere ambizioni più elevate. E, di conseguenza, l’arte, dell’arte inquietante, è più che necessaria. Oggi più che mai».


Come l’adolescente che già respingeva il romanticismo esagerato del movimento letterario della Negritudine, il coreografo adulto si oppone ogni volta a quel motivo di base, sempre presente e risorgivo della danza africana: il cerchio, simbolo per eccellenza della vita, della comunanza, della continuità, del perpetuo rinnovamento. La realtà congolese contraddice questa immagine di bellezza, tra le altre cose con tre milioni di morti come conseguenza di conflitti durante gli ultimi dieci anni. «La missione oggi, è di prendere questa realtà spezzata e di creare una nuova sorta di coerenza e continuità. Da diversi anni provo a raccontare una storia a me stesso e per farlo attingo dalla mia. Ma devo constatare che la storia della mia gente, la storia che io conosco, non è che un periodo corto, di appena 150 anni. Bisogna scavare molto più profondamente nel passato, ma prima del «Congo», mancano le fonti. Salvo che il linguaggio codificato della danza non sia una forma di tradizione storica. Può essere allora che la danza possa dirmi di più sul mio popolo di ciò che si trova nei libri di storia? I corpi dei danzatori mi legano con i miei antenati da un migliaio di anni».


Per Faustin Linyekula, questa concentrazione sul corpo e il suo linguaggio come punto centrale, è più che solamente l’attenzione professionale di un coreografo. È anche un impegno sociale e una presa di posizione politica. «Il corpo rende visibile anche tutta la violenza che ci è stata fatta. Come le mani che venivano tagliate per “punire” i congolesi che, a loro dire, non lavoravano abbastanza nelle piantagioni di caucciù. I colpi di frusta che lasciavano cicatrici sulla schiena di mio nonno. Le guerre, gli stupri, compresi anche gli atti di cannibalismo durante le ultime guerre civili…Tutta questa storia di violenza fisica non può che trovarsi nelle forme fisiche della nostra cultura, più precisamente nella danza. Se per fare teatro parto da qui, non voglio rimanere incastrato in una ricerca di fonti e di tradizioni, ma cerco di tradurre questa storia di violenza in una ricerca di futuro. Questa è la ragione per cui cerco di sviluppare un teatro congolese “punk”, che non ha niente a che fare con il “No Future” del punk inglese, questo è qualcosa che non possiamo permetterci, ma riguarda “Mon Future”. Le persone hanno bisogno di speranza in un ambiente che permette a mala pena di credere in un futuro».


Nel 2007, Linyekula ha ricevuto in Olanda il premio “Prince Claus Award”, per le sue creazioni d’alto livello, per il coraggio che ha dimostrato nel tornare in Congo, per il suo approccio innovativo alla cultura in una situazione di conflitto, oltre che per il suo ardore in ciò che concerne lo sviluppo della sua comunità.


Il denaro ricevuto vincendo questo “Award”, Faustin l’ha investito nella sua compagnia di danza e nella costruzione di tre centri culturali nella sua città Kisangani. Tra l’altro, ciò implica che Faustin deve bilanciarsi tra la sua funzione di “imprenditore culturale” e i suoi obblighi familiari. «In qualche modo, alcuni membri della mia famiglia a Kinshasa hanno saputo che stavo facendo delle repliche e che pagavo i miei danzatori, un importo di 5 dollari al giorno. Mentre loro erano senza lavoro…Una sera mi hanno domandato come facevo a pagare dei semplici danzatori mentre i miei “fratelli” erano in difficoltà. Allora gli ho dovuto spiegare che io non gestisco una società di stato ma che ho un’impresa privata in cui devo investire per far sì che la compagnia vada avanti. Se non avessi avuto questi “semplici danzatori”, anch’io mi sarei trovato privo come questi “fratelli”. Va da sé che io spartisco ciò che ho, ma non al punto di mettere in pericolo il mio avvenire e dunque anche quello della mia famiglia. Ho fatto costruire una casa per mia madre, ho fatto in modo che i giovani della famiglia possano proseguire gli studi. Chiunque voglia lanciarsi negli affari in questo paese si troverà nella medesima posizione instabile e dovrà cercare un equilibrio. Altrimenti tutto crollerà, a meno che si possa fare affidamento su dei donatori esterni. In questo caso, si potranno utilizzare i mezzi ottenuti in maniera relativamente incurante».


Per un artista è molto importante conoscere a fondo la lingua e le condizioni del suo ambiente, questo gli da la possibilità di parlare in totale libertà, evitando la censura. È questione di una buona navigazione. Anche se resta sempre un rischio, poiché chi crea prende la parola sulla pubblica piazza e questa cosa non va certamente da sé in un paese dove un cittadino non ha il diritto di parlare liberamente, anche se viviamo nella Repubblica “Democratica” del Congo. Io voglio prendere la parola, ma allo stesso tempo voglio evitare di diventare un martire per la giusta causa. Non si è mai utili quando si è morti». Il fatto di essere conosciuto in Europa non lo protegge abbastanza? «Sì, fino ad un certo punto. Il problema è che in Congo quasi non esiste una Legislazione. La legge è il decreto di chi in un certo momento, in un certo luogo, tiene il potere. Può essere un semplice soldato armato di kalashnikov, può essere il capo di un dipartimento del servizio d’informazione locale… Non si sa mai in anticipo con quale legge di quale persona ci si scontra».

 

 

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Nato a Ubundu (Congo) nel 1974, Faustin Linyekula è un coreografo congolese dal talento eccezionale i cui lavori comunicano la complessa esperienza di vivere in una situazione di conflitto.
Quando il governo chiuse le università, perché considerate pericolose dal regime Mobutu, bloccando così le opportunità di crescita di molti giovani congolesi, Linyekula si trasferì in Kenya «Fu lì che incominciai a danzare, in un workshop di teatro-danza tenuto da Alphonse Pierou, un danzatore della Costa d’Avorio. Tre anni dopo incominciai a coreografare. Cominciai nel 1997 in collaborazione con Okyio Okach. Era un pezzo per nove artisti. Portammo lo spettacolo in festival in giro per il Paese». Da lì l’invito nel 2002 del Vienna Summer Tanz Festival che gli commissionò un lavoro: “Tales Off The Mud Walls”.
Nonostante la nascente reputazione internazionale, nel 2001 Linyekula decide di fare ritorno in Congo e lì fondare un proprio studio di ricerca coreografica e insegnamento. Lo Studios Kabako è un luogo per la danza e il teatro visuale "un luogo dove si lavora, dove sempre si cerca e dove talvolta si trova, un luogo dove si dubita ma dove certe sere s’impone una certezza."
Attingendo alla propria esperienza e all’impegno per le vite delle persone in Congo, i lavori di Linyekula sono profondamente umanistici e narrativi. Poveri e ricchi, semplici e complessi, fisici e filosofici, mescolano influenze globali ed ironici aneddoti locali.
Interrogandosi sulla complessità della storia, dell’identità e del conflitto con coraggio, introspezione, sensibilità e humour, Lynyekula pone domande sulla condizione post-coloniale e sulle violenze subite dal suo paese. Nelle sue mani la danza è uno strumento di impegno e testimonianza.



 

 

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DIDO and AENEAS

musica di Henry Purcell

Opera in prologo e 3 atti su testo di Nahum Tate

AKADEMIE FÜR ALTE MUSIK BERLIN
direzione e ricostruzione Attilio Cremonesi

regia e coreografia SASHA WALTZ



Dido and Aeneas è l’opera più celebre del compositore inglese Henry Purcell, su testi di Nahum Tate, rappresentata per la prima volta in Inghilterra il 10 dicembre 1689 a Chelsea, Londra.
L’opera, divisa in tre atti, è ispirata al libro IV dell'Eneide di Virgilio che racconta il tragico amore tra Enea, protagonista del poema, e Didone, regina di Cartagine.
La regina si dimostra molto generosa e disponibile nei confronti dell'eroe troiano e dei suoi compagni, accogliendoli nella sua reggia. Grazie a Cupido tra i due nasce un profondo sentimento d'amore ma Enea per volere del fato dovrà partire e lasciare l’amata per seguire il proprio destino di fondatore della città di Roma.
Didone non potendo più vivere senza l’amato eroe deciderà di togliersi la vita.

 

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Il primo atto si svolge nella reggia, dove Belinda, la confidente di Didone, esorta la regina a seguire i propri sentimenti verso l’eroe troiano, mentre il personaggio della Seconda Donna sottolinea i rischi politici di un simile legame.
L'arrivo del nobile ospite, accompagnato dal suo seguito e in tutta la sua folgorante bellezza, chiude il primo atto in un'atmosfera serena.
Nel secondo la Maga svela il suo progetto di vendetta contro l'odiata Didone e s'impegna a favore del volere del fato, che ha già stabilito la partenza di Enea per le coste italiche. In un boschetto, dove si svolge una caccia, Belinda celebra il paesaggio e la stessa Diana ma la Seconda Donna evoca un triste presagio di morte e sventura. L'arrivo di un temporale incupisce gli animi di Didone ed Enea mentre un elfo, con le sembianze del messaggero di Giove, Mercurio, ordina al principe troiano di partire.
Il terzo atto vede l'euforia dei marinai, pronti a salpare, e la soddisfazione delle due Streghe e soprattutto della Maga che, novella Giunone, gioisce delle sventure dell'eroe troiano. Dopo una conversazione con Belinda, nella quale Didone confessa la consapevolezza dell'inevitabile fine del rapporto, la regina ed Enea hanno un ultimo incontro in cui, a differenza di quanto accade nell'Eneide, l’eroe cerca di giustificarsi incolpando il volere divino e si dichiara pronto a disubbidire.
Didone rifiuta l’irragionevole gesto e lo accusa d’ipocrisia e slealtà. Sarà lei a lasciarlo e, una volta congedato l'amato e salutata Belinda, si uccide.
In un coro conclusivo gli Amori promettono di vegliare in eterno sull'infelice regina.

 

 

 



SASHA WALTZ è nata l’8 marzo 1963 a Karlsruhe (Germania).
Figlia di un architetto inizia a studiare danza alla scuola di Waltraud Kornhaus come allieva di Mary Wigman.
Dopo aver conseguito dal 1983 al 1986 una formazione presso la School of New Dance Development di Amsterdam, si trasferisce per un breve periodo a New York, dove danza in gruppi dell'avanguardia americana con coreografi come Pooh Kaye, Yoshiko Chuma, Lisa Kraus.
Rientrata in Europa collabora con diversi coreografi, artisti e musicisti (tra i quali Laurie Booth, Tristan Honsinger, Frans Poelstra, Mark Tompkins, David Zambrano) creando le sue prime coreografie.
Nel 1992 come artista residente alla Künstlerhaus Bethanien di Berlino sviluppa una serie di progetti interdisciplinari d’improvvisazione chiamati “Dialogue”. L’anno successivo, nel 1993, fonda con Jochen Sandig la compagnia Sasha Waltz & Guests.
Da allora più di 150 danzatori ed artisti, provenienti da 25 diversi paesi, hanno collaborato o preso parte alle creazioni artistiche del gruppo. È di quegli anni il progetto Travelogue-Trilogy di cui fanno parte le coreografie “Twenty to eight” (1993), “Tears breakfast” (1994) e “All ways six steps” (1995). Nel 1996 apre a Berlino un nuovo centro per la produzione per il teatro e la danza contemporanea: Sophiensaele.
Qui nascono “Allee der Kosmonauten “ (1996), “Zweiland” (1997), ”Na Zemlje” (1998) e Dialoge `99/I. Lavori che la impongono come uno dei talenti più interessanti dell'ultima generazione del Tanztheater mitteleuropeo. Dal 1999 al 2004 fa parte della direzione artistica dello Schaubühne am Lehniner Platz di Berlino, continuando a proporre nuove creazioni, tra cui "Körper" (2000), "S" (2000), "nobody" (2001), "Insideout" (2003) e "Impromptus" (2004). Alla fine di questi cinque anni la compagnia ritorna indipendente sempre con base a Berlino.
Nel 2005 realizza "Gezeiten" e “Dido & Aeneas” di Henry Purcell, prima Opera della coreografa. Come membro della Fondazione Radial Sasha Waltz avvia un nuovo centro berlinese d’insegnamento e produzione per la danza, la musica e le belle arti: Radialsystem V. Nel 2007 presenta due nuove coreografie che uniscono musica e teatro: “Medea” sull’opera “Medeamaterial” di Pascal Dusapin, testo di Heiner Müller e “Roméo et Juliette” di Hector Berlioz, per il Ballet de l’Opéra National de Paris.

 

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ISADORA DUNCAN diceva:

“Se cerchiamo la vera fonte della danza, se ci rivolgiamo alla natura, allora troviamo che la danza del futuro è la danza del passato, la danza dell’eternità, che è stata e sempre sarà la stessa”.

 

Ancora stimolanti progetti di danza nel sociale dall'Inghilterra.


DESTINO nasce dalla collaborazione tra il teatro londinese Sandler’s Wells e la compagnia Dance United, famosa per il lavoro che svolge con persone in situazioni disagiate. DESTINO è una performance che coinvolge sul palcoscenico 130 persone, dai 9 agli 89 anni, molte delle quali senza alcuna esperienza di danza alle spalle. In primo piano appaiono due giovani danzatori etiopi, Junaid Jemal Sendi e Addisu Demissie, che hanno visto trasformare la loro vita dopo aver preso parte al progetto che Dance United fece con i bambini di strada ad Addis Abeba. Hanno partecipato al progetto DESTINO coreografi come Hofesh Shechter, Russell Maliphant e Adam Benjamin.

 



«LA DANZA È NELLA GENTE: COME UN DONO DI DIO CUI TUTTI HANNO LIBERO ACCESSO»

ALVIN AILEY


La danza è un potente mezzo che attraversa le barriere della comunicazione verbale e che dona armonia a mente e corpo. Instilla fiducia. Il processo di lavoro con un coreografo insegna il lavoro di gruppo e favorisce un senso di comunità. Permette a ogni persona di dare un contributo, generando un senso di responsabilità individuale e di co-operazione di gruppo. Le performance di danza sono un’espressione delle qualità umane e di quelle emozioni difficili da articolare a parole che spesso solo l'atto danzato può rivelare.

La danza come forma d'arte richiede tacitamente impegno, creatività, lavoro di squadra, capacità tecnica, di risolvere i problemi, di riflessione, di esperienza emotiva e la fiducia dei partecipanti. I danzatori possono scoprire o imparare queste competenze senza neanche capire il significato delle parole. Per questo motivo, la danza può coinvolgere chiunque, anche coloro che sono stati esclusi, emarginati o cancellati dalla società.

Dance United ha un immutato interesse per la qualità e la professionalità, suffragato da una incrollabile fede nel (spesso inesplorato) potenziale di ogni persona, indipendentemente dalla sua situazione, e dalla consapevolezza che la danza può avere una reale importanza per realizzare questo potenziale.



DANCE UNITED
LIVES TRANSFORMED THROUGH DANCE


Dance United riunisce individui e comunità per cercare soluzioni creative a sfide artistiche, innescando un processo che sviluppa l'interazione sociale e la crescita personale dei partecipanti. La Compagnia ritiene che la danza abbia una qualità unica che può, quando insegnata attraverso un metodo adeguato, creare esperienze profonde e di cambiamento di vita in chi la pratica.
Il programma di lavoro in Inghilterra di Dance United per i prossimi tre anni si concentra nel settore della giustizia penale, e comprende progetti con donne in carcere e giovani criminali della comunità.
Allo stesso tempo, Dance United continua a
sostenere iniziative internazionali, come l’ADUGNA COMMUNITY DANCE THEATRE, che sta trasformando la vita di molti giovani in Etiopia.
Molti e diversi i progetti, in diverse parti del mondo, ma con una convinzione di base che li accomuna tutti, che la danza possa raggiungere e ispirare le persone a cambiare in meglio la loro vita.

L’Academy, il progetto concreto di Dance United, è un programma alternativo di educazione coreutica sviluppato su metodi utilizzati per istruire e formare professionalmente artisti di danza contemporanea.
L'Academy è un’esperienza fisicamente, mentalmente e artisticamente stimolante rivolta a giovani che non sono riusciti a sentirsi realizzati in ambienti più convenzionali d’istruzione, che possono essere criminali o ad alto rischio di commettere reati. L'Academy non aiuta semplicemente questi ragazzi a evitare di ricommettere reati ma li aiuta a scoprire il loro vero potenziale e la loro innata capacità di riuscire.
Qualsiasi persona si trova davanti - adulti, giovani, criminali o artisti professionisti - l'approccio di Dance United è focalizzato su una danza di altissimo livello artistico. Con la danza al centro, il lavoro dell’Academy può facilitare profondi cambiamenti nel benessere personale e sociale dei partecipanti, semplicemente aumentando le loro convinzioni in ciò che sono in grado di raggiungere.
L'Academy lavora con un gruppo massimo di quindici ragazzi per ciclo, venticinque ore ogni settimana, per un periodo di dodici settimane. Ogni ciclo inizia con un progetto intensivo di tre settimane finalizzato a una performance, al termine del quale la produzione è presentata al pubblico. Dalla quarta settimana, il programma si espande in un piano più vasto di attività.



 


IL CERCHIO SIGNIFICA ARMONIA, IL CICLO SENZA INIZIO E SENZA FINE. LA RUOTA DELLA VITA.

 

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LE DANZE MEDITATIVE

 

“Non è facile spiegare le Danza Meditative: com’è possibile spiegare un arcobaleno apparso improvvisamente dopo una tempesta, o il suono di una cascata tra i raggi del sole? L’unica cosa da dire è :danzate in cerchio con me su sentieri musicali”
JOYCE DIJKSTRA

 

La danza meditativa è meditazione in movimento: tenendosi per mano si tracciano importanti simboli come il cerchio, la spirale, il labirinto. Lavorando su questi antichi simboli si libera il loro potenziale spirituale, la loro energia. Il movimento e il ritmo sono utilizzati come strumento di terapia e di crescita personale perché collegando corpo-mente-anima consentono di entrare in contatto con il proprio Sé. Il Simbolo contiene tutta la Verità, non solo la parte che si vede o che si vuole vedere.
La danza agisce direttamente sulla vita emotiva e in combinazione con la musica ha effetto diretto sulla psiche. Attraverso la gestualità la danza mima la fatica di vivere, la paura, la rabbia per trasformarle in leggerezza e gioia.

I passi sono semplici ma ricchi di significato: procedono a volte veloci e a volte lentamente come a rievocare i momenti della vita.
Queste danze sono accessibili a tutti, l’importante è dare senso a ogni movimento ed esprimersi con il cuore e non solo con il corpo.

 

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Le danze dei fiori di Bach nascono da un’intuizione di Anastasia Geng e sono state introdotte in Italia da Joyce Dijkstra. Ogni fiore è collegato simbolicamente ai movimenti di antiche danze popolari dei Paesi Baltici. Sono di particolare bellezza e contengono immagini archetipiche universali. Sono state scelte queste musiche e questi passi a motivo della loro semplicità, propria anche del messaggio del dottor Bach.



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Nei suoi seminari VALENTINA PLANO ci invita alla Danza, all’incontro con gli altri e soprattutto all’incontro con il nostro “autentico corpo danzante”, è un invito alla relazione attraverso il linguaggio non-verbale nel rispetto delle diversità e al tempo stesso all’armonia dei contrari. Un invito ad armonizzarsi interiormente e con l’Universo.
Il CERCHIO e la DANZA sono le due più antiche forme di espressione umana e ci insegnano attraverso un cammino di consapevolezza fatto della semplice esecuzione dei passi e della gestualità, trasportati dalla musica delle diverse tradizioni di tutti i popoli del Mondo, che è possibile essere felici e fedeli a noi stessi perché siamo unici ed irripetibili e quindi “Sacri”.


ANASTASIA GENG diceva: «LA DANZA PONE DELLE DOMANDE AL MIO CORPO, IL MIO CORPO RISPONDE»




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Chi è VALENTINA PLANO:

Sono laureata in farmacia dal 1986 e dopo alcuni anni di collaborazione nelle farmacie ho scelto di dedicarmi allo studio della medicina naturale.
Ho seguito corsi di:
• omeopatia al SMB di Milano
• floriterapia con il prof. Paolelli del Bach Center di Londra
• omotossicologia, spagiria, iridologia, aromaterapia, Aura-Soma

Dopo un corso quadriennale alla Scuola Superiore di Naturopatia di Genova ho discusso a Bruxelles la tesi:
“Guarigione energetica e medicina convenzionale” ottenendo il Dottorato Europeo in Naturopatia
presso l’Université Européenne Jean Monnet.

Sono Master Reiki dal 2001

Dopo il Diploma in Danzaterapia con Angela Dellepiane mi sono specializzata in Danze Meditative e aderisco all’Associazione Italiana Danze dei Fiori di Bach fondata da Joyce Dijkstra.

I maestri che mi hanno formato sono:
Joyce Dijkstra per la danza meditativa e dei fiori di Bach
Gabriele Wosien (figlia di Bernard Wosien)
Friedel Klolke (allieva di Bernard Wosien)
Peter Wallace (direttore artistico Findhorn Foundation) per la danza Sacra in cerchio di Findhorn

Svolgo attività didattica alla Scuola Superiore di Naturopatia di Genova, collaboro con farmacie e conduco seminari di Reiki e di Danze Meditative.




Per contattare VALENTINA PLANO:

cell. 393 2314555

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

DIGILANDER.LIBERO.IT/PLANOVAL





Per chi volesse approfondire l’argomento:

ILCERCHIODIEURINOME.BLOGSPOT.COM Associazione Danze in Cerchio, Sacre e Meditative

WWW.DANZEMEDITATIVE.COM sito ufficiale di Joyce Dijkstra

WWW.DANZEDEIFIORIDIBACH.IT sito dell’Associazione Italiana Danze dei Fiori di Bach

WWW.MOVIMENTIDANZESACRE.IT
sito delle Danze Sacre di Gurdjieff

WWW.FINDHORN.ORG sito delle Danze Sacre di Findhorn

Danzare vuol dire sopratutto
comunicare,
unirsi, incontrarsi,
parlare con l'altro dalla profondità del tuo essere.

Danza è unione:
da persona a persona
da persona all'universo
da persona a dio.

MAURICE BÉJART


Celeste Dandeker, giovane danzatrice professionista del London Contemporary Dance Theatre, a 22 anni cade sul palcoscenico durante uno spettacolo subendo così un danno alla spina dorsale che la obbliga su di una sedia a rotelle e le impedisce di danzare. Nel 1990, sedici anni dopo, un suo ex-coreografo, Darshan Singh Buller, convince Celeste a danzare di nuovo, anche se sulla sua sedia a rotelle, per il film prodotto dalla BBC “The Fall”. Celeste Dandeker ritrova il desiderio di danzare.
Incontra il coreografo ed educatore Adam Benjamin ed insieme tengono alcuni workshops di danza per disabili. All’inizio non c’era alcuna intenzione di creare una compagnia, gli incontri erano semplicemente un esperimento per vedere che cosa potevano fare i danzatori diversamente abili. Ma il risultato fu la nascita della Candoco Dance Company nel 1991.



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CANDOCO, CAN DO COMPANY, COMPAGNIA DEL SI PUÒ FARE


La Candoco Dance Company è una compagnia inglese di danza contemporanea che integra nei suoi spettacoli danzatori disabili e non disabili. Scopo della Candoco è di riuscire a spostare i confini della danza contemporanea e cambiare la concezione delle persone su cosa è la danza e su chi può danzare.



CANDOCO HA REINVENTATO I CONFINI DELLA DANZA DIMOSTRANDO CHE LA VIRTUOSITÀ NON È RELEGATA AL CORPO ABILE”
Judith Mackrell, The Guardian

 

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Candoco è la prima e più importante compagnia di questo genere nel Regno Unito. In questi anni sono stati commissionati lavori ad una grande varietà di coreografi spingendo ogni volta i danzatori in nuovi territori e raggiungendo ogni volta un altissimo livello artistico e tecnico. Ciò ha permesso alla compagnia di portare i suoi spettacoli in tourné nel Regno Unito (con approssimativamente venti date ogni anno) e all’estero, visitando più di cinquanta paesi tra Europa, America, Australia, Africa ed Asia.
Certamente non si può ignorare il fatto che la Candoco sia composta da danzatori disabili, e che un corpo disabile non potrà mai emulare ciò che fa un corpo abile. Ma la chiave sta nel fatto di trovare per ogni danzatore non abile il proprio personale linguaggio nel movimento.
Anche la fondatrice della compagnia Celeste Dandeker all’inizio si chiese se quello che veniva creato poteva chiamarsi danza. La risposta le arrivò quando vide un passo a due danzato da un danzatore disabile e uno normodotato. I movimenti erano così belli ed intensi che non vi erano dubbi che ciò che stava accadendo fosse danza.



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Accanto al lavoro performativo la compagnia è impegnata in un importante programma educativo che coinvolge i danzatori e un gruppo di artisti associati, per promuovere sul territorio l’insegnamento della danza alle persone con disabilità fisiche. La compagnia è sempre impegnata nell’offrire strade alternative per quei disabili che vogliono seguire un training professionale.

Cos’è che spinge i danzatori abili ad unirsi alla Candoco? Celeste Dandeker risponde che tre sono le ragioni:la qualità delle performances, l’apertura e l’unicità del modo di operare della compagnia e la sua alta reputazione.


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“NELLO SPORT C’È COMPETIZIONE, NON È POSSIBILE CHE DISABILI E NON DISABILI SI ALLENINO INSIEME.
AL CONTRARIO LA DANZA, PER SUA INTRINSECA NATURA, RISANA LE CONTRADDIZIONI, OBBLIGA AD UN LAVORO DI CONCERTO PER UN UNICO SCOPO”.
Adam Benjamin

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Per la Stagione 2008-09 due nuove coreografie sono state commissionate a due famosi coreografi della scena contemporanea inglese. Hofesh Shechter, israeliano trapiantato a Londra la cui carriera come coreografo è iniziata solamente nel 2003 ma che ha già ricevuto riconoscimenti internazionali sia da parte di pubblico che critica. Nigel Charnock , membro fondatore del DV8 famoso per le sue travolgenti permormances dove la danza si mischia ad altri generi, discipline e ''media''.

 


WWW.CANDOCO.CO.UK/08-09TOUR


WWW.YOUTUBE.COM/CANDOCODANCECOMPANY

 



Da poco ho scoperto un'Associazione che opera in provincia di Reggio Emilia promuovendo Laboratori di Movimento Espressivo e Danza rivolti a persone diversamente abili. Si chiama ALTRARTE.

"L’Associazione di Promozione Sociale AltrArte nasce a Correggio nel 2007 ed apre i suoi laboratori permanenti di Danza, Teatro e Pittura Espressiva dedicati a bambini, ragazzi e adulti diversamente abili, allo scopo di offrir loro opportunità ludico-ricreative, volte a promuoverne autonomia, libera espressione, emancipazione e sviluppo delle capacità socio–comunicative. Destinatari delle nostre iniziative sono i nostri allievi, gli spettatori delle nostre performance e gli operatori del settore. Agli allievi offriamo l’opportunità di maturare una diversa percezione del sé, facendone emergere e valorizzandone le capacità artistiche. A chi assiste ai nostri eventi intendiamo dare spunti di riflessione e suggerire un pensiero altro rispetto al mondo della disabilità. Infine ci facciamo promotori di specifiche occasioni formative, come corsi e seminari di approfondimento, per operatori, volontari, studenti e genitori di ragazzi disabili".

"Laboratorio di Danza Creativa e Movimento Espressivo per bambini, ragazzi e adulti diversamente abili.
In questo spazio AltrArte realizza una attività specifica e strutturata di danza in cui gli allievi - suddivisi in gruppi omogenei e seguiti da Insegnanti di danza, educatori, danzatori professionisti e non - possono sperimentare da protagonisti l’esperienza della danza.
Il Laboratorio di Danza Creativa e Movimento Espressivo non è inteso come co-terapia ma come attività tesa a migliorare il benessere psico-fisico dei partecipanti attraverso un potenziamento delle possibilità espressive e attraverso lo sviluppo di un rapporto differente tra danzatori normodotati e disabili".

da
WWW.ALTRARTE.EU


 

Per quello che ho potuto vedere gli spettacoli della Candoco Dance Company non sono performances che sottolineano le diversità, che mettono al centro il tema della compassione per i diversamente abili.
Non è terapia. Il centro è la danza e il danzare.
Una volta saliti sul palcoscenico i danzatori sono tutti allo stesso livello e a fatica si distinguono gli abili dai non abili. Ognuno di loro porta con se il suo corpo, la sua storia, le sue emozioni, tutto indirizzato verso lo scopo del componimento coreografico.
Nei nostri corpi, nelle nostre storie, nelle nostre emozioni noi tutti siamo differenti gli uni dagli altri, e tutti portiamo con noi i nostri handicap (spesso facendo di tutto per nasconderli). Penso che la differenza in questi “diversi” danzatori sta nel fatto che i loro handicap sono solamente più netti, meglio riconoscibili perché arrivati in superficie.
In fondo non trovo una grossa diversità rispetto alle altre compagnie di danza. Certo è che con la Condaco si respira un’altra sensibilità, più attenta.

 

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WWW.CANDOCO.CO.UK

 

“Vi è piú ragione nel tuo corpo che nella tua migliore sapienza”

FRIEDRICH NIETZSCHE

Riporto qui alcuni pensieri di Josef Nadj che descrivono come il coreografo si pone di fronte alla composizione di un nuovo progetto coreografico. Nel caso specifico il passo a due Le Temps du Repli.



LE TEMPS DU REPLI
coreografia Josef Nadj
danza Josef Nadj e Cécile Thiéblemont
percussioni Vladimir Tarasov



Amare è forse apprendere a camminare in questo mondo.
Apprendere a mantenerci tranquilli come la quercia
ed il tiglio delle fiabe.
Apprendere a guardare.
Il tuo sguardo è capace di seminare.
Ha piantato un albero.
Io parlo perché tu fai tremare le foglie.

Octavio Paz


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“Ho passato qualche decina di anni ad attendere il momento in cui avrei affrontato il solo o il pas de deux.
Nella storia della danza il pas de deux fluttua al di sopra delle teste di tutti i coreografi. Fare uno spettacolo intero sulla base di un duo, significa prendere il tempo di consacrare un lungo lavoro a questa ricerca specifica.
Per questo ho voluto evitare ogni riferimento letterario, contrariamente ai miei quattro ultimi spettacoli.
Per me questo spettacolo è come una parentesi: senza riferimento letterario. Cécile ed io dobbiamo riportare tutto all’essenziale e sostenerci su una concentrazione specifica che fa riferimento alla nostra memoria ed ai nostri corpi.
In quanto all’inizio, non vi è nulla: nessuna scenografia, nessun supporto a parte qualche oggetto.
Che cosa si può esprimere, quali sono i primi gesti che escono da noi stessi per iniziare una comunicazione con l’altro? Non vi è naturalmente che un sottile filo, costituito dalla conoscenza l’uno dell’altra che risale ad almeno una decina di anni fa.
Ma come superare ciò, andare al di là dell’aneddoto, come guardare l’assoluto della donna e come lei, da parte sua, guardare un uomo?
Quali sono i gesti che possono emergere da noi stessi e che tendono a creare una serie di segni, un linguaggio corporale e di movimenti, un’altra parola che il linguaggio parlava? Costruire un momento privilegiato per ritrovare attraverso il linguaggio corporale tutte le fluttuazioni di una coppia entro un duello da combattimento ed un rapporto armonioso.
Nel teatro, nella nostra memoria di spettatori, la coppia vive un dramma universale. La coppia contiene la potenzialità di tutti i drammi perché è la portatrice di un peccato originale. Qualcosa si è spezzato nella coppia primordiale della Genesi.
In questo spettacolo si cerca di riattaccarne i frammenti.
Poiché io trovo che l’origine della musica si situi nel dominio della percussione, un musicista, Vladimir Tarasov, ha creato un fondo percussivo che ci sorregge, che ci dà l’energia necessaria nei momenti critici del gioco.
Ci voleva un musicista senza pari, un solista, un musicista di grande ricchezza, in grado di creare melodie dai vari colori e di grande ricchezza sonora per creare un vero universo musicale”. Josef Nadj

 

 

 

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Josef Nadj nasce nel 1957 a Kanizsa, una cittadina dell’ex-Yugoslavia, attuale Serbia. Fin da bambino Nadj disegna e dipinge. Da ragazzo frequenta l’Accademia delle Belle Arti e l’Università a Budapest, dove studia Storia dell’Arte e della Musica. Qui avviene il suo primo incontro con l’espressione corporea e il teatro. E’ il suo insegnante che lo spinge a partire, nel 1980, per Parigi per seguire i corsi di Marcel Marceau, Etienne Ducroux et Jacques Lecoq. A Parigi Josef Nadj scopre la danza contemporanea entrando subito negli universi coreografici di Mark Tompkins, Catherine Diverres e François Verret. Nel 1986 fonda la sua compagnia chiamata inizialmente Théâtre Jel (Jel in ungherese significa Segno). Nel 1987 presenta la sua prima creazione coreografica “Canard Pékinois", ispirata ai ricordi del suo villaggio natio. Dal 1995 dirigi il Centro Coreografico di Orléans in Francia.

 

 

JOSEF NADJ – CENTRE CHOREOGRAPHIQUE NATIONAL D’ORLEANS

 

 

Lo scorso 14 Luglio stavo rientrando a casa in macchina, erano circa le sette di sera, la radio era accesa ma la mia testa era sintonizzata all'interno, a pensare alla lunga chiaccherata che aveva occupato tutto il mio pomeriggio.
Profonde conversazioni con una persona a me cara dove un 'insegnamento mi era arrivato: "Tutti i giorni siamo chiamati a fare qualcosa".
Era arrivata la mia chiamata di quel momento.
Cosi' ho pensato quando ho sentito alla radio l'annuncio di uno spettacolo che da tempo volevo vedere e che ci sarebbe stato appena due ore dopo.
Si trattava di Bahok del coreografo anglo-bengalese Akram Khan. Non potevo crederci. L'entusiasmo saliva nei miei nervi.
Appena arrivato a casa ho cercato la strada, ho preparato le cose che mi servivano e sono partito per Bologna.
Questo quello che mi aspettava:



BAHOK
di Akram Khan
AKRAM KHAN COMPANY / BALLETTO NAZIONALE DELLA CINA
 

Akram-Khan-Bridge



  

"Per i nomadi, la casa non è un indirizzo; la casa è tutto cio' che portano con loro" ( John Berger)

 

 

-Mi ricordi molto un vecchio che ho conosciuto una volta.
-mi racconto' una bellissima storia sulle origini.
-mi disse che ognuno deve conoscere le sue origini, perche' da li che tutto ha inizio.
………………………
-quel vecchio venne da me con quella bella storia sulle origini, e io non so nemmeno dove sta casa mia


 

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SEI PERDUTO?
SEMBRI PERDUTO
DOVE STAI ANDANDO?
TI RICORDI
È NEI TUOI DOCUMENTI?
ARIA
ACQUA
FUOCO
TERRA
CHE COSA TI PORTI?
CORPO
RICORDI
CASA
SPERANZA
CASA

 



"L'idea per questo progetto e' partita da una mia esperienza personale che ho avuto in Giappone. Ero in ascensore e credo ci fosse una conferenza, tipo una conferenza mondiale, sali' una donna giapponese, indossava un bellissimo kimono , poi sali' un signore africano, indossando un abito tradizionale africano, e poi un ragazzo americano in vestito a giacca, c'era altra gente, ma cio' che fu interessante fu che quando le porte si chiusero prima di tutto non c'era musica cosi' il silenzio divento' imbarazzante perché nessuno parlava e c'erano come mura tra di noi, mura invisibili. Costruiamo mura per proteggere noi stessi.
Mentre salivamo, era un edificio molto alto, l'ascensore si fermo', eravamo bloccati. Pensai adesso che succede?
La signora giapponese fu la prima a parlare, ma parlo' in giapponese.
Stavamo cercando di comunicare, nella crisi la comunicazione incomincio'.
Stavamo tutti cercando di aiutarci l'un l'altro, incominciando a capirci, a comunicare per vedere come potevamo superare la cosa.
Piu' tempo aspetti , piu' l'immaginazione corre, cosi' arrivi a pensare "queste sono le ultime persone che vedro"
In qualche modo eravamo tutti estranei ma a causa della crisi diventammo una famiglia, in qualche modo".
Akram Khan

 


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AKRAM KHAN, coreografo di origini bengalesi, nasce a Londra nel 1974.
Il suo primo approccio alla danza avviene a sette anni quando la madre lo incoraggia a prendere lezioni di Kathak, danza tradizionale indiana ( dal sanscrito Katha, storia e kathaka, colui che narra una storia).
All'eta' di 20 anni Akram incontra per la prima volta la danza contemporanea.
L'incontro dei due stili (indiano e contemporaneo) e' cio' che costituisce le fondamenta del suo lavoro.
Nell'agosto del 2000, all'eta' di 25 anni, fonda la sua compagnia che in questi otto anni ha portato i suoi spettacoli nei teatri piu' importanti di tutto il mondo.

 

akramkhan


In risposta alla domanda Quando crei i tuoi nuovi lavori, cos'e' che hai in mente?
Akram Khan dice: a. Purezza b. Semplicità c. Onestà



WWW.AKRAMKHANCOMPANY.NET

 

 

 
“Una pièce su ciò che si è spezzato.
Una pièce su ciò che non si può spezzare.
Una pièce su vecchi debiti che ormai sono
diventati acidi.
Una pièce sulle braci dell’amicizia.
È strano, ma in ungherese queste due
parole, ölés e ölelés, che significano
massacro e abbraccio, sono molto simili e
condividono la stessa radice.”

 

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“Perché il tempo non cura niente
perché certi atti non possono essere disfatti
perché l’uomo è una bestia
perché quando perdi la cosa che ami,
questa ti distrugge, come un fulmine
perché l’amore è l’inizio
perché tutte le storie sono scritte con lo
sperma e il sangue
perché l’anima invecchia solo alla fine
perché il desiderio ci sta invadendo
perché il tempo rivela ogni cosa…
…il meglio e il peggio".

Jordi Cortés Molina e Damián Muñoz

 

Ölelés è una coreografia creata, diretta ed interpretata da due danzatori spagnoli, Jordi Cortés Molina e Damián Muñoz. L’ispirazione per lo spettacolo viene dal libro di Sándor Márai “Le Braci”, romanzo che racconta la storia di un’amicizia tra due uomini. Due uomini che sono stati fortemente legati da giovani si rincontrano dopo quarantun anni per sistemare ciò che avevano lasciato in sospeso. Sullo sfondo l’ombra di una donna.
Ciò che coinvolge sulla scena, come nel libro, sono i forti sentimenti che scaturiscono.
Rabbia, gelosia, dolore, affetto, coinvolgimento, comprensione, amore, amicizia.
Sentimenti presenti in tutte quelle relazioni fortemente umane, in cui tutti possiamo sentirci richiamati.




PER CHI VA DI FRETTA: 2 MINUTI

 

 

 

 


PER CHI HA TEMPO: 6 MINUTI e 46

 
 



"
Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte? E non credi che non saremo vissuti invano, poiché abbiamo provato questa passione?" (da "LE BRACI" di Sándor Márai)

“Abolite gli specchi: rompete gli specchi in tutti gli studi. Guastano l’anima e impediscono di entrare in rapporto con i movimenti multidimensionali, con il pensiero astratto, con la consapevolezza di sapere dove sei in ogni momento, senza doverti guardare”.

OHAD NAHARIN

Batsheva Dance Company

www.batsheva.co.il

 

Sfogliando un libricino pieno di foto e di biografie di tante danzatrici vengo colpito da una foto in particolare, che come tutto ciò che richiama l'Africa suscita in me un brivido. Interesse.
Di Elsa Wolliaston ho solamente letto sulla carta. Non ho mai visto un suo spettacolo, né ho mai partecipato ad un suo workshop, ma è una di quelle persone che mi piacerebbe incontrare e conoscere nella vita.
Qui riporto quello che mi ha incuriosito e affascinato.

 

Elsa_Wolliaston_ritmo

 

Un viaggiatore intraprende un
Viaggio verso se stesso
Si ritrova intrappolato
Dopo aver riflettuto,
prende coscienza che deve
liberarsi da solo da questa trappola
per poter proseguire la sua
strada.
Dopo aver vagato tra
passato e presente
il viaggiatore persevera
e finisce col trovare il senso del suo
viaggio.

Elsa Wolliaston

 

"Del corpo di Elsa Wolliaston non bisogna leggere solo il vigore delle apparenze. Bisogna cercare al di là della pelle e superare la tentazione dell’esotismo. Il mistero è nascosto molto più profondamente, è fisico. Il mistero è nel dolore che non si vede, in questo ritmo che sorge dappertutto, traspirazione dell’anima, nella strana forza di cui bisogna saper leggere i percorsi in questo corpo sorprendente. Il corpo di Elsa vive, in effetti, della sua vita propria. Si gonfia e si asciuga secondo le proprie regole e cela un’insondabile fonte di energia. Col tempo la donna ha imparato non solo a dominare ma anche a comporre con questo corpo. Va avanti, animato da una potenza smisurata, minaccia di scacciare la piccola luce che però lo devia, l’utilizza e lo doma sempre. Un’opera con la coreografia di Elsa rientra nel campo della tauromachia e la posta in gioco è quasi altrettanto importante. La dialettica non è la semplice modalità del pensiero, ma condizione di esistenza. Elsa continua perché ha sempre saputo imporsi a se stessa, come un torero s’impone al toro, sempre diverso ma sempre identico. Questa lotta, essenziale alla vita, si chiama la Danza di Elsa. Vedere Elsa che danza è perciò essenziale" Philippe Verriere, maggio 1993


vecchia

 

«Dans mon enfance, j’ai beaucoup marché, et pieds nus…Je tente donc de questionner la marche et le rythme de la marche...En Afrique, on croit que la danse est l’envol de la marche, un pas au-delà...»  Elsa Wolliaston

Durante la mia infanzia, ho camminato molto, e a piedi nudi...cerco allora di interrogarmi sulla camminata e sul ritmo del camminare...in Africa si crede che la danza sia l'alzarsi in volo della camminata, un passo al di là..

 

Elsa Wolliaston studia a New York dal 1964 al 1968 con Frank Wagner e alla Carnegie School of Music and Dance, quindi con Merce Cunningham e Alexandra Danilova. Negli anni ’70 affronta una ricerca personale sui riti ancestrali nella giungla centroafricana e si interessa alle tradizioni di Java e di Bali con il grande Maha Guru Tari Klassik Njoman Kakul nel suo villaggio di Batuan ; insegna al Centro Culturale di Java/Jakarta, all’Università di Bali e Jojakarta. Arrivata nel 1969 a Parigi, dove attualmente vive, lavora alternativamente con Jérôme Andrews e Lilian Arlen. Tiene corsi e stage presso lo studio One-Step a Parigi e il centro Nazionale Danza Contemporanea di Angers. Come interprete e coreografa ha collaborato con Hideyuki Yano, Steve Lacy, Jean-Marie Machado, Yoshi Oida, Philippe Adrien, Peter Stein, Luc Bondy, Jean-Louis Thamin, Patrice Chéreau.

 

radici

 


WWW.ELSAWOLLIASTON.ORG

 

 

 

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