IL BUONO BIO

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Il bio fa ambiente e crea un buon clima

Il biologico è per tutti. Non necessariamente perché viene acquistato e consumato da tutte le persone, ma perché è ispirato a garantire all'intera collettività un ambiente sano e integre risorse naturali – dall'acqua, all'aria, alla biodiversità.
Se non alimenta ognuno di noi, di certo nutre l'ambiente che abbiamo in comune.
Metodo e modello. Così pensiamo infatti all'agricoltura biologica. Un metodo produttivo che fa leva sugli equilibri naturali dell'agroecosistema, che valorizza e ripristina la naturale fertilità del suolo, che promuove la biodiversità dell'ambiente in cui opera, che esclude OGM e prodotti chimici di sintesi. Al contempo un modello di sviluppo rurale volto a rigenerare un sistema agroalimentare partecipato da coltivatori e allevatori responsabili, capace di offrire alimenti sani e gustosi ottenuti tutelando chi li mangia, l'ambiente in cui sono prodotti e la salute di chi li produce. Metodo e modello, l'uno e l'altro insieme.
Metodo e modello che trovano il loro fondamento nell'impegno dell'agricoltore biologico a lavorare con la natura e non indifferentemente o contro di essa, come avviene con il convenzionale o, a maggior ragione, con il transgenico. Quando opera nel rispetto non solo delle norme, ma anche dei principi che ispirano l'agricoltura biologica, il produttore bio costruisce la sua attività su un processo di conoscenza continuo, ancorato sulla
consapevolezza dei vincoli e dei potenziali che esprime il contesto specifico in cui interviene.
Deve quindi inevitabilmente conoscere le leggi e le dinamiche che regolano l'ambiente, l'ecosistema in cui opera e i cicli biologici degli organismi che lo popolano e deve trarre vantaggio da esse anche per sopperire al ricorso a prodotti chimici volti invece a standardizzare e sterilizzare l'ambiente. Deve, in sostanza far propri i precetti alla base dell'agroecologia, ossia della "applicazione della scienza ecologica allo studio, all'impostazione e alla gestione sostenibile degli agroecosistemi".
Sotto il profilo gestionale, quindi, l'agricoltura biologica tende a favorire un ambiente in equilibrio, a ridurre l'intensità energetica (soprattutto quella di origine fossile), a ottimizzare l'impiego di acqua, a regolare biologicamente la fertilità del suolo e i parassiti attraverso rotazioni e consociazioni (ossia buone pratiche agronomiche spesso abbandonate nel convenzionale), così puntando a sostenere e migliorare la fertilità del
terreno e a raggiungere un equilibrio naturale che circoscriva l'azione negativa di parassiti e malattie. La stessa scelta di varietà e razze, ossia l'uso sostenibile dell'agrobiodiversità, persegue inoltre un bilanciamento che contempli sia la rusticità e la capacità di resistere alle avversità, che la potenzialità produttiva e l'apprezzamento dei consumatori. Così molti agricoltori biologici autoproducono il proprio seme, soprattutto in relazione al ricorso a varietà locali che fanno parte integrante di una tradizione culinaria locale, operando quella saldatura tra dimensione naturale, tecnica, culturale e gastronomica che esalta il ruolo del biologico. Metodo e modello, appunto.
Con il progressivo riscaldamento del pianeta, diventa inoltre sempre più rilevante la compatibilità climatica e l'adattabilità allo specifico contesto ecologico, così come è prioritario rendere il biologico una tecnica sempre più economa in petrolio. L'aleatorietà del clima e la frequenza crescente di eventi meteorologici estremi esigono che i sistemi agrari contribuiscano a ridurre e ad assorbire le emissioni di gas a effetto serra. Gli stessi 
fattori richiedono che l’agricoltura sappia adattarsi a situazioni mutevoli: ciò è possibile se viene garantito un presidio diffuso di agricoltori sul territorio, se le conoscenze e le tecniche si moltiplicano e condividono, se la biodiversità di interesse agrario viene valorizzata in tutto il suo potenziale selezionando quei caratteri flessibili rispetto alle imprevedibilità del clima, se non ci si affida ciecamente a tecnologie miracolose, ma le si introduce in modo appropriato a supporto di processi gestionali, decisionali e produttivi plastici di fronte alle variazioni ambientali.

Appare così evidente come l’azienda biologica non debba esasperare la specializzazione, ma piuttosto esaltare un orientamento produttivo; in questa direzione si muove l’integrazione o la reintegrazione di attività colturali con l’allevamento, quell’agricoltura mista menomata dalla semplificazione gestionale degli ultimi decenni. L’agricoltura mista è stata infatti tradizionalmente praticata in Europa fino all’affermazione della modernizzazione rurale, quando il sistema agricolo europeo si è progressivamente incanalato verso una settorializzazione dell’attività produttiva, recidendo il legame tra coltivazione e allevamento e mutilando i flussi di energia e materia, ossia non valorizzando l’energia radiante del sole per la produzione di biomassa e non reimpiegandola a fini di ripristino della fertilità dei suoli, o quale sottoprodotto per l’alimentazione o la lettiera degli animali allevati.
Il sistema è stato così orientato alla sola riduzione dei costi diretti di gestione, scaricando sulla collettività i guasti ambientali, aumentando al contempo la dipendenza da fertilizzanti di sintesi e da granelle per uso zootecnico provenienti da altri Paesi e continenti.
L’agricoltura mista, che il biologico illuminato cerca invece di rilanciare, punta a riconnettere le diverse attività produttive uscendo dalla specializzazione, recuperando razze locali e tradizionali in funzione dell’adattabilità all’ambiente, della resistenza alle malattie, della longevità e del mantenimento della diversità genetica. E, laddove utile e possibile, anche restituendo al bestiame una funzione ‘lavorativa’, come si realizza inserendo animali di bassa corte in orti, frutteti o vigneti perseguendo un controllo di malerbe e insetti, oltre che guadagnandoci in fertilizzante…
L’estensivizzazione è, inoltre, codificata nel DNA della zootecnia biologica per rispondere a esigenze di tutela ambientale, di naturalità delle produzioni e di benessere animale:
gli animali devono pascolare, razzolare, utilizzare il territorio, che è la loro prima fonte di alimentazione e la cui fertilità viene mantenuta grazie alle loro deiezioni che cessano di essere un problema di smaltimento diventando risorsa. Il biologico ha così assunto una prospettiva di questa ‘natura’, interpretando autenticamente il ruolo multifunzionale che si esercita anche oltre i confini dell’azienda: gestire il territorio, utilizzando
il metodo di agricoltura biologica come strumento operativo. Un approccio destinato ad acquisire sempre più valore e che ha incardinato sia le regole del settore fissate a livello internazionale da IFOAM, che i Regolamenti che in Europa normano il biologico. Metodo e modello, dunque, divenuti requisiti normativi.

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