Faustin Linyekula

 

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FAUSTIN LINYEKULA: “DOBBIAMO SOGNARE ANCHE SE CI TROVIAMO CON LA MERDA FINO ALLE GINOCCHIA”

26 maggio 2008 (MO – MONDIAAL NIEUWS) - «Un coreografo dal talento eccezionale che sta ottenendo un successo rapido e internazionale». È così che viene descritto Faustin Linyekula sul sito web del «KVS», il teatro Royal Flamand. Linyekula fa parte della programmazione del teatro di questo fine aprile. MO è andato a fargli visita a Kinshasa.


Del buon pollo, delle banane arrosto, della birra congolese e qualche anonimo musicista in un piccolo ristorante….Cos’altro serve per trasformare una cena con un ministro fiammingo in una festa meravigliosa? Il ministro fiammingo Bert Anciaux, trovandosi a Kinshasa per tre giorni per firmare la dichiarazione d’intenzione per la collaborazione culturale, ha organizzato una piccola serata chez Maman Colonel. Un’orchestra di tre persone scivola tra i tavoli e le sedie e, con classici nostalgici come “Indépendance Chacha” e “Après Toi”, porta la serata all’apogeo.
L’unico a non cantare, a non ridere alle battute, a non dondolarsi nemmeno sulla musica….è Faustin Linyekula.


A Gombe (il quartiere più chic di Kinshasa), sulla terrazza della scuola del Principe di Liège, ci ritroviamo il giorno seguente in un ambiente molto più calmo. Quando gli domando cosa lo preoccupava la sera prima, Linyekula risponde con reticenza. «Probabilmente è deformazione professionale» dice, quasi scusandosi, «ma mi è impossibile lasciarmi andare in un’atmosfera del genere senza vedere cioè che ci sta dietro. Guardando la cantante, vedevo anche la realtà che la attende quando lo spettacolo finisce e deve lasciare il locale. Non è più così giovane, non ha nessuna prospettiva nel suo avvenire di perseguire una vera e propria carriera, ma di sicuro ha dei bambini o altri parenti che dipendono da lei. A volte lo sento come un riflesso maledetto, perché anche a me piacerebbe semplicemente fare festa di tanto in tanto. Ma per arrivarci ho bisogno di essere completamente immerso nell’energia smisurata del rock. Comunque, ieri sera, la musica evocava un sentimento fragile. La voce era sempre sul punto di spegnersi. Per me tutto ciò era troppo delicato per sentire la voglia di fare festa».


Faustin Linyekula ha scoperto l’attrazione per le arti mentre frequentava la scuola secondaria cattolica. Il giovane Faustin non era per niente attirato dallo sport e dal podio, piuttosto dallo spazio intimo della poesia. «Studiavamo la poesia africana e francofona, ma è stata soprattutto il mio amico Vumi, che aveva due anni più di me, che m’incoraggiò a scrivere le mie poesie. Insieme, sognavamo della grande letteratura che creavamo, opponendoci del tutto al movimento della Negritudine glorificata dal nostro professore di francese. Molto dopo lessi ciò che Wole Soyinka ha scritto a tal proposito: «Una tigre non parla della sua tigritudine, lei balza sulla preda e la divora». Quindi ci lanciammo nella letteratura del mondo, anche se non lo facevamo allo scopo di diventare artisti a tempo pieno. In effetti, io sognavo un professorato e, magari, una designazione a una funzione ministeriale, come molti ex-allievi della nostra scuola». I giovani della generazione di Linyekula erano obbligati a mettere da parte molte delle loro ambizioni una volta finita la scuola superiore, poiché il caos degli ultimi anni di governo Mobutu rendeva impossibile accedere all’università. In fine Linyekula si è ritrovò a Nairobi, dove si dovette confrontare con la domanda: cosa fare con il resto della sua vita? La risposta fu chiara e netta: «Io voglio scrivere, voglio salire sul podio».


Dopo, Linyekula s’impose come scopo quello di stravolgere la letteratura e il teatro congolese. Un’ambizione di un giovane oggi forse non più così irrealizzabile, ma la domanda rimane: un ragazzo, pieno di talento, non ha cose più utili da fare in Congo? Linyekula mette da parte le provocazioni. Sa perché è un’artista: «I congolesi vivono tra le rovine, ed evidentemente non parlo solamente delle rovine fisiche, ma anche della distruzione totale nella testa delle persone. Questo è il motivo per il quale c’è una grande necessità di spazi dove poter sognare di nuovo. Spazi dove si possano porre domande critiche anche su se stessi. Dobbiamo sognare anche se ci troviamo con la merda fino alle ginocchia. Certo è importante che tutti abbiano da mangiare a sufficienza. Ma abbiamo anche l’obbligo di avere ambizioni più elevate. E, di conseguenza, l’arte, dell’arte inquietante, è più che necessaria. Oggi più che mai».


Come l’adolescente che già respingeva il romanticismo esagerato del movimento letterario della Negritudine, il coreografo adulto si oppone ogni volta a quel motivo di base, sempre presente e risorgivo della danza africana: il cerchio, simbolo per eccellenza della vita, della comunanza, della continuità, del perpetuo rinnovamento. La realtà congolese contraddice questa immagine di bellezza, tra le altre cose con tre milioni di morti come conseguenza di conflitti durante gli ultimi dieci anni. «La missione oggi, è di prendere questa realtà spezzata e di creare una nuova sorta di coerenza e continuità. Da diversi anni provo a raccontare una storia a me stesso e per farlo attingo dalla mia. Ma devo constatare che la storia della mia gente, la storia che io conosco, non è che un periodo corto, di appena 150 anni. Bisogna scavare molto più profondamente nel passato, ma prima del «Congo», mancano le fonti. Salvo che il linguaggio codificato della danza non sia una forma di tradizione storica. Può essere allora che la danza possa dirmi di più sul mio popolo di ciò che si trova nei libri di storia? I corpi dei danzatori mi legano con i miei antenati da un migliaio di anni».


Per Faustin Linyekula, questa concentrazione sul corpo e il suo linguaggio come punto centrale, è più che solamente l’attenzione professionale di un coreografo. È anche un impegno sociale e una presa di posizione politica. «Il corpo rende visibile anche tutta la violenza che ci è stata fatta. Come le mani che venivano tagliate per “punire” i congolesi che, a loro dire, non lavoravano abbastanza nelle piantagioni di caucciù. I colpi di frusta che lasciavano cicatrici sulla schiena di mio nonno. Le guerre, gli stupri, compresi anche gli atti di cannibalismo durante le ultime guerre civili…Tutta questa storia di violenza fisica non può che trovarsi nelle forme fisiche della nostra cultura, più precisamente nella danza. Se per fare teatro parto da qui, non voglio rimanere incastrato in una ricerca di fonti e di tradizioni, ma cerco di tradurre questa storia di violenza in una ricerca di futuro. Questa è la ragione per cui cerco di sviluppare un teatro congolese “punk”, che non ha niente a che fare con il “No Future” del punk inglese, questo è qualcosa che non possiamo permetterci, ma riguarda “Mon Future”. Le persone hanno bisogno di speranza in un ambiente che permette a mala pena di credere in un futuro».


Nel 2007, Linyekula ha ricevuto in Olanda il premio “Prince Claus Award”, per le sue creazioni d’alto livello, per il coraggio che ha dimostrato nel tornare in Congo, per il suo approccio innovativo alla cultura in una situazione di conflitto, oltre che per il suo ardore in ciò che concerne lo sviluppo della sua comunità.


Il denaro ricevuto vincendo questo “Award”, Faustin l’ha investito nella sua compagnia di danza e nella costruzione di tre centri culturali nella sua città Kisangani. Tra l’altro, ciò implica che Faustin deve bilanciarsi tra la sua funzione di “imprenditore culturale” e i suoi obblighi familiari. «In qualche modo, alcuni membri della mia famiglia a Kinshasa hanno saputo che stavo facendo delle repliche e che pagavo i miei danzatori, un importo di 5 dollari al giorno. Mentre loro erano senza lavoro…Una sera mi hanno domandato come facevo a pagare dei semplici danzatori mentre i miei “fratelli” erano in difficoltà. Allora gli ho dovuto spiegare che io non gestisco una società di stato ma che ho un’impresa privata in cui devo investire per far sì che la compagnia vada avanti. Se non avessi avuto questi “semplici danzatori”, anch’io mi sarei trovato privo come questi “fratelli”. Va da sé che io spartisco ciò che ho, ma non al punto di mettere in pericolo il mio avvenire e dunque anche quello della mia famiglia. Ho fatto costruire una casa per mia madre, ho fatto in modo che i giovani della famiglia possano proseguire gli studi. Chiunque voglia lanciarsi negli affari in questo paese si troverà nella medesima posizione instabile e dovrà cercare un equilibrio. Altrimenti tutto crollerà, a meno che si possa fare affidamento su dei donatori esterni. In questo caso, si potranno utilizzare i mezzi ottenuti in maniera relativamente incurante».


Per un artista è molto importante conoscere a fondo la lingua e le condizioni del suo ambiente, questo gli da la possibilità di parlare in totale libertà, evitando la censura. È questione di una buona navigazione. Anche se resta sempre un rischio, poiché chi crea prende la parola sulla pubblica piazza e questa cosa non va certamente da sé in un paese dove un cittadino non ha il diritto di parlare liberamente, anche se viviamo nella Repubblica “Democratica” del Congo. Io voglio prendere la parola, ma allo stesso tempo voglio evitare di diventare un martire per la giusta causa. Non si è mai utili quando si è morti». Il fatto di essere conosciuto in Europa non lo protegge abbastanza? «Sì, fino ad un certo punto. Il problema è che in Congo quasi non esiste una Legislazione. La legge è il decreto di chi in un certo momento, in un certo luogo, tiene il potere. Può essere un semplice soldato armato di kalashnikov, può essere il capo di un dipartimento del servizio d’informazione locale… Non si sa mai in anticipo con quale legge di quale persona ci si scontra».

 

 

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Nato a Ubundu (Congo) nel 1974, Faustin Linyekula è un coreografo congolese dal talento eccezionale i cui lavori comunicano la complessa esperienza di vivere in una situazione di conflitto.
Quando il governo chiuse le università, perché considerate pericolose dal regime Mobutu, bloccando così le opportunità di crescita di molti giovani congolesi, Linyekula si trasferì in Kenya «Fu lì che incominciai a danzare, in un workshop di teatro-danza tenuto da Alphonse Pierou, un danzatore della Costa d’Avorio. Tre anni dopo incominciai a coreografare. Cominciai nel 1997 in collaborazione con Okyio Okach. Era un pezzo per nove artisti. Portammo lo spettacolo in festival in giro per il Paese». Da lì l’invito nel 2002 del Vienna Summer Tanz Festival che gli commissionò un lavoro: “Tales Off The Mud Walls”.
Nonostante la nascente reputazione internazionale, nel 2001 Linyekula decide di fare ritorno in Congo e lì fondare un proprio studio di ricerca coreografica e insegnamento. Lo Studios Kabako è un luogo per la danza e il teatro visuale "un luogo dove si lavora, dove sempre si cerca e dove talvolta si trova, un luogo dove si dubita ma dove certe sere s’impone una certezza."
Attingendo alla propria esperienza e all’impegno per le vite delle persone in Congo, i lavori di Linyekula sono profondamente umanistici e narrativi. Poveri e ricchi, semplici e complessi, fisici e filosofici, mescolano influenze globali ed ironici aneddoti locali.
Interrogandosi sulla complessità della storia, dell’identità e del conflitto con coraggio, introspezione, sensibilità e humour, Lynyekula pone domande sulla condizione post-coloniale e sulle violenze subite dal suo paese. Nelle sue mani la danza è uno strumento di impegno e testimonianza.



 

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