IL BUONO BIO - LA PAC CHE VOGLIAMO

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I numeri della PAC

La Politica Agricola Comune vale 55 miliardi di euro all’anno, di cui oltre 6 destinati all’Italia. Risorse di cui dovrebbero beneficiare in modo equo oltre un milione di aziende agricole italiane, invece l’80% di esse vanno al 20% dei produttori. In Italia il più grande beneficiario dei pagamenti PAC è un’industria di produzione dello zucchero che riceve oltre 24 milioni di euro di contributi all’anno. In Austria, il signor Porsche è il primo beneficiario!
Come si evince dalla tabella sottostante, il 28% dei finanziamenti della PAC finisco allo 0,4% delle aziende agricole italiane, un ristretto numero di privilegiati che ricevono ciascuno mediamente 314 mila euro l’anno per un totale complessivo di oltre un miliardo e mezzo. Non meno fortunate sono anche quello 0,7% di realtà agricole italiane che si mettono in tasca il 10,5% dei sussidi europei all’agricoltura portandosi a casa una media di 62 mila euro ciascuno l’anno, o l’1,6% delle aziende agricole che si spartiscono il 12,3% degli aiuti, incassando quasi 32 mila euro l’anno ciascuno.
Al contrario dei pochi privilegiati, la grande maggioranza degli agricoltori riceve aiuti molto contenuti.
Basti pensare che il 58,3% delle nostre aziende riceve mediamente 394 euro l’anno di sussidi e che un altro abbondante 26,8% riceve poco più di 2 mila euro l’anno (prof. Franco Sotte, 2011).
Nonostante la Politica Agricola Comune sia stata protagonista negli ultimi 25 anni di diversi processi di riforma, la distribuzione delle risorse ha sempre mantenuto questo andamento sperequativo.
Nell’ultima riforma, inoltre, la definizione dei premi ha addirittura penalizzato chi, come i produttori biologici, ha perseguito la sostenibilità delle produzioni


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La politica agricola promossa dall’Europa ha favorito sino ad ora il modello agro-industriale, che determina spesso una perdita di fertilità dei suoli e porta alla concentrazione fondiaria.
Per rendersi conto delle dimensioni del fenomeno basti considerare i dati delle ultime rilevazioni ISTAT (2007), secondo le quali aziende agricole italiane con taglia superiore ai 50 ettari (HA) coltivano circa il 40% della superficie agricola utilizzata (SAU) ma sono solo il 2,39% del totale.
Le aziende con taglia inferiore ai 5 HA coltivano invece il 15,8% della SAU ma sono il 73.4% del totale. Quelle con taglia inferiore ai 2 HA coltivano solo il 6% della terra e rappresentano la metà delle aziende italiane.
La spinta alla riduzione delle aziende agricole e alla concentrazione fondiaria in un numero sempre minore di realtà dalle dimensioni crescenti, sono stati fenomeni incoraggiati dalla Politica Agricola Comune. Questo fenomeno influisce non solo sul cambiamento del nostro paesaggio agrario, ma sta mutando anche la nostra abitudine agroalimentare.
Lo scenario è simile anche nel resto dell’Unione Europea: nel 1995 nell’UE a 15 si contavano 7.370.000 aziende agricole, scese poi a 5.662.420 nel 2007. Stessa cosa dicasi per l’UE a 27: si contavano 15.021.030 aziende nel 2003, scese a 13.700.400 nel 2007 (Antonio Onorati, 2011).
Attraverso i sussidi all'export, la PAC ha inciso anche sull’impoverimento dei contadini del Sud del mondo, che devono competere sul loro mercato con i nostri prodotti che sono venduti sottocosto grazie ai sussidi.
Questa evoluzione dell’agricoltura europea si è dimostrata funzionale ad un modello di distribuzione basato sui grandi Ipermercati che non hanno alcun interesse ad avere produzioni diversificate e molti contadini, ma hanno bisogno di pochi prodotti standard al prezzo più basso possibile che possono essere forniti da grandi aziende pesantemente sovvenzionate dai fondi pubblici della PAC.
Con la riforma del 1992, la PAC ha istituito lo “Sviluppo Rurale” ovvero un programma contenente una serie di misure, dedicate, ad esempio: al miglioramento dell’impatto ambientale delle coltivazioni, al sostegno agli investimenti produttivi, e all’insediamento dei giovani in agricoltura. Buone misure, ma che non hanno bilanciato la politica generale della PAC, poiché hanno ricevuto in dote solo il 15% delle risorse totali. Attualmente, il cosiddetto sviluppo rurale assorbe il 20% del bilancio della PAC. Ancora troppo poco.

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