IL BUONO BIO


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Introduzione

Alessandro Triantafyllidis
Presidente nazionale AIAB


Buono, sano, sostenibile è questo il biologico che vi presentiamo e che si metterà in mostra e aprirà le porte ai cittadini durante la campagna PrimaveraBio 2012, giunta alla 11° edizione.
Negli ultimi anni si è manifestato sempre più il bisogno di ricucire lo strappo tra le città e la campagna, come reazione al modello alimentare industrializzato, che tende a negare il ruolo degli agricoltori, del lavoro delle donne e degli uomini nei campi, il ruolo stesso della terra e del territorio. Nella maggior parte dei casi, questa voglia di ruralità, di stabilire un contatto armonico e intelligente con l’ambiente e l’agricoltura del proprio territorio, si deve accontentare di una scampagnata con pic-nic nei prati, l’acquisto di qualche prodotto nello spaccio aziendale o, al massimo, con unpasto in un agriturismo.

La PrimaveraBio, appuntamento annuale organizzato da AIAB vuole rispondere a queste esigenze e cercare di indirizzarle verso delle reali esperienze di contatto da parte dei cittadini con la terra e chi la coltiva e vi alleva animali.
Il tema di questo dossier sarà “Il Buono Bio” dove porremo l’accento sulla salubrità e i valori nutrizionali del biologico, spiegando in modo chiaro e semplice i motivi per i quali il bio è un’alternativa più salutare e gustosa di mangiare. Non solo, nel testo saranno trattati anche i vantaggi di sostenibilità ambientale dell’agricoltura biologica rispetto all’agricoltura convenzionale, tra i quali il rispetto del benessere animale, l’azzeramento dell’uso di additivi chimici, la propensione verso un modello produttivo ispirato al ciclo chiuso aziendale e a un ridotto tenore di carbonio (amico del clima).
Anche i vantaggi ‘sociali’ del biologico, come l’attenzione, il rispetto e l’equa retribuzione del lavoro e lo sviluppo delle comunità rurali locali saranno presi in considerazione.
In sintesi il metodo biologico fa bene a chi lo produce, fa bene a chi lo consuma e fa bene all’ambiente.

È PrimaveraBio.

A tavola col bio…

L’alimentazione è un processo dinamico, basato sull’equilibrio che il complesso sistema dell’organismo umano stabilisce con inutrienti che assume, ogni persona ha differenti esigenze, legate all’età, all’attività fisica, alla stagione. In questo senso l’agricoltura biologica e la sana alimentazione hanno in comune l’approccio sistemico, che non si concentra sulla  massimizzazione di un singolo aspetto, un singolo nutriente, un singolo processo, ma considera l’equilibrio generale del sistema. Nessun alimento, in assoluto, si può dire dannoso o utile alla persona, è importante considerare l’equilibrio tra fattori quali frequenza di assunzione, combinazione con altri alimenti, specifica tolleranza individuale.
Con la diffusione e l’aumento del consumo di prodotti biologici è cresciuto anche il numero delle pubblicazioni scientifiche che mettono a confronto i prodotti biologici e convenzionali dal punto di vista della qualità e dellasicurezza. Nonostante l’elevato numero di studi effettuati, è ancora difficile trarne delle conclusioni generali e definitive a causa delle diverse condizioni dei vari esperimenti e dei diversi metodi di analisi utilizzati dagli studi, e la durata, troppo breve, degli esperimenti. Per questo sarebbe necessario approfondire la ricerca nel settore utilizzando un approccio diverso, che consideri il paradigma sistemico. In ogni caso alcuni risultati importanti sono stati ottenuti e si possono fare alcune affermazioni in base al confronto tra diversistudi esistenti.
Facciamo alcuni esempi: i prodotti biologici hanno spesso più vitamina C dei prodotti convenzionali, mentre i cereali biologici contengonouna percentuale inferiore di glutine
(proteine); i prodotti ortofrutticoli contengono unamaggiore quantità di metaboliti secondari (pigmenti, alcaloidi, cumarine, flavonoidi, polifenoli) in biologico mentre il frumento bio ha una maggiore quantità di acido fitico (una sorta di deposito di fosfoso nel tessuto vegetale)1

I prodotti ortofrutticoli hanno in generale un effetto protettivo nei riguardi di malattie cardiovascolari e neoplasie. Questo effetto deriva, tra le altre cose, dal contenuto di metaboliti secondari di frutta e verdura: i mateboliti secondari hanno infatti la proprietà antiossidante di contrastare i radicali liberi. Le piante sviluppano tali metaboliti come risultato dei meccanismi di difesa che, nel biologico, sono più elevati grazie all’approccio preventivo alle malattie basato sul rafforzamento della resistenza delle piante stesse.
Inoltre, il contenuto dei metaboliti dipende in maniera significativa da aspetti genetici (varietà, genotipi), considerati nella scelta delle varietà da utilizzare in agricoltura biologica. Per quanto riguarda i cereali biologici, la percentuale inferiore di proteine rispetto ai cereali convenzionali è dovuta all’utilizzo di fertilizzanti organici che, rispetto a quelli di sintesi, riducono la quantità di azoto prontamenteassimilabile dalle piante, indispensabile per la sintesi delle proteine. È stata inoltre riscontrata una maggiore acidità del frumento biologico, che può avere un effetto positivo dal punto di vista organolettico e si manifesta attraverso prodotti più gustosi.
Da un recente studio dell’Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IBBA-CNR) e dell’Università di Pisa pubblicato sul “British Journal of Nutrition”, inoltre, è emerso che il pomodoro biologico è un alimento-farmaco perché, rispetto al pomodoro tradizionale, contiene maggiori quantità di nutrienti e antiossidanti con importanti azioni di riduzione del rischio di insorgenza di malattie cardiovascolari e tumori. In particolare, il pomodoro biologico vanta maggiori concentrazioni di calcio (15%), potassio (11%), fosforo (60%) e zinco (28%), oltre ad essere una riserva naturale di acido ascorbico, vitamina E, flavonoidi, composti fenolici e carotenoidi, tra cui il licopene (Fonte: Ansa, 6 aprile 2012).
Il metodo biologico ha un impatto interessante anche sulla qualità degli alimenti derivanti da produzioni zootecniche. La disponibilità di spazi aperti per il pascolo e l’alimentazione degli animali allevati in bio hanno un effetto fondamentale sulla qualità del latte, determinando una maggiore presenza di grassi e proteine, in particolare negli animali di piccola taglia come capre e pecore. Alcune essenze botaniche (Dactilis glomerata e il Lolium perenne) presenti nel pascolo sono in grado di aumentare la presenza di molecole con capacità antiossidante nel latte (i noti CLA).
La qualità del cibo biologico è il risultato di un intero sistema di produzione che non si concentra sulle singole parti che lo compongono, ma sull’equilibrio tra di esse. Così le proprietà nutrizionali di un frutto o di un ortaggio dipendono anche dalla composizione del terreno di provenienza. In questo senso, dunque, l’agricoltura biologica basata sulla fertilità del suolo e sulla presenza di microrganismi in grado di produrre humus e nutrienti per le piante, ha un’influenza positiva sulle qualità nutrizionali e salutari degli alimenti.
Ma il rapporto tra agricoltura biologica e salute non è legato solo alla presenza di specifiche qualità salutistiche, ma anche alla sicurezza alimentare dei cibi bio e all’assenza di residui di fitofarmaci – essendo l’uso di agenti chimici di sintesi escluso a priori dal metodo biologico di coltivazione. Frutta e verdura bio possono, talvolta, presentare delle piccole e accidentali contaminazioni da fitofarmaci, dovute  all’inquinamento diffuso nel suolo, nelle acque e nell’aria. In ogni caso questa contaminazione è significativamente inferiore rispetto a quella dei prodotti convenzionali2. Ritorna anche nella considerazione
dei rischi da contaminazione la mancanza dell’approccio sistemico nell’agricoltura industriale.
Il rischio della contaminazione da fitofarmaci infatti non risiede tanto nella quantità di residui di una singola sostanza, ma dalla combinazione di più sostanze contaminanti presenti contemporaneamente nel nostro organismo che possono essere contenute in un prodotto o in prodotti diversi. E purtroppo, come emerso dall’indagine Pesticidi nel piatto 2011 – promossa da Legambiente su dati ufficiali forniti da ARPA, ASL e laboratori zooprofilattici su 8.087 campioni analizzati –, solo il 50% della frutta risulta incontaminata e rispetto al 2010 è in crescita la percentuale del campione che presentano un multiresiduo.
L’agricoltura biologica, infine, è in grado di promuovere una dieta legata alla stagionalità dei prodotti locali e al consumo di prodotti meno trasformati e confezionati, favorendo anche la tutela della cucina tradizionale dei diversi territori. Dunque non diventeremo più sani solo mangiando biologico, ma l’agricoltura biologica, basata sul ciclo naturale dei nutrienti, permette di assumere le sostanze più adatte alle diverse stagioni, favorendo
una dieta sana ed equilibrata attraverso il consumo dei prodotti freschi, locali e di stagione.
La qualità dei cibi biologici deriva da un sistema di produzione che considera a livello complessivo l’impatto del processo di produzione sulla salute, come combinazione di diversi elementi presenti nelle scelte quotidiane dei consumatori, quali l’equilibrio tra quantità, qualità, tradizione, igiene e gusto.


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Il bio fa ambiente e crea un buon clima

Il biologico è per tutti. Non necessariamente perché viene acquistato e consumato da tutte le persone, ma perché è ispirato a garantire all'intera collettività un ambiente sano e integre risorse naturali – dall'acqua, all'aria, alla biodiversità.
Se non alimenta ognuno di noi, di certo nutre l'ambiente che abbiamo in comune.
Metodo e modello. Così pensiamo infatti all'agricoltura biologica. Un metodo produttivo che fa leva sugli equilibri naturali dell'agroecosistema, che valorizza e ripristina la naturale fertilità del suolo, che promuove la biodiversità dell'ambiente in cui opera, che esclude OGM e prodotti chimici di sintesi. Al contempo un modello di sviluppo rurale volto a rigenerare un sistema agroalimentare partecipato da coltivatori e allevatori responsabili, capace di offrire alimenti sani e gustosi ottenuti tutelando chi li mangia, l'ambiente in cui sono prodotti e la salute di chi li produce. Metodo e modello, l'uno e l'altro insieme.
Metodo e modello che trovano il loro fondamento nell'impegno dell'agricoltore biologico a lavorare con la natura e non indifferentemente o contro di essa, come avviene con il convenzionale o, a maggior ragione, con il transgenico. Quando opera nel rispetto non solo delle norme, ma anche dei principi che ispirano l'agricoltura biologica, il produttore bio costruisce la sua attività su un processo di conoscenza continuo, ancorato sulla
consapevolezza dei vincoli e dei potenziali che esprime il contesto specifico in cui interviene.
Deve quindi inevitabilmente conoscere le leggi e le dinamiche che regolano l'ambiente, l'ecosistema in cui opera e i cicli biologici degli organismi che lo popolano e deve trarre vantaggio da esse anche per sopperire al ricorso a prodotti chimici volti invece a standardizzare e sterilizzare l'ambiente. Deve, in sostanza far propri i precetti alla base dell'agroecologia, ossia della "applicazione della scienza ecologica allo studio, all'impostazione e alla gestione sostenibile degli agroecosistemi".
Sotto il profilo gestionale, quindi, l'agricoltura biologica tende a favorire un ambiente in equilibrio, a ridurre l'intensità energetica (soprattutto quella di origine fossile), a ottimizzare l'impiego di acqua, a regolare biologicamente la fertilità del suolo e i parassiti attraverso rotazioni e consociazioni (ossia buone pratiche agronomiche spesso abbandonate nel convenzionale), così puntando a sostenere e migliorare la fertilità del
terreno e a raggiungere un equilibrio naturale che circoscriva l'azione negativa di parassiti e malattie. La stessa scelta di varietà e razze, ossia l'uso sostenibile dell'agrobiodiversità, persegue inoltre un bilanciamento che contempli sia la rusticità e la capacità di resistere alle avversità, che la potenzialità produttiva e l'apprezzamento dei consumatori. Così molti agricoltori biologici autoproducono il proprio seme, soprattutto in relazione al ricorso a varietà locali che fanno parte integrante di una tradizione culinaria locale, operando quella saldatura tra dimensione naturale, tecnica, culturale e gastronomica che esalta il ruolo del biologico. Metodo e modello, appunto.
Con il progressivo riscaldamento del pianeta, diventa inoltre sempre più rilevante la compatibilità climatica e l'adattabilità allo specifico contesto ecologico, così come è prioritario rendere il biologico una tecnica sempre più economa in petrolio. L'aleatorietà del clima e la frequenza crescente di eventi meteorologici estremi esigono che i sistemi agrari contribuiscano a ridurre e ad assorbire le emissioni di gas a effetto serra. Gli stessi 
fattori richiedono che l’agricoltura sappia adattarsi a situazioni mutevoli: ciò è possibile se viene garantito un presidio diffuso di agricoltori sul territorio, se le conoscenze e le tecniche si moltiplicano e condividono, se la biodiversità di interesse agrario viene valorizzata in tutto il suo potenziale selezionando quei caratteri flessibili rispetto alle imprevedibilità del clima, se non ci si affida ciecamente a tecnologie miracolose, ma le si introduce in modo appropriato a supporto di processi gestionali, decisionali e produttivi plastici di fronte alle variazioni ambientali.

Appare così evidente come l’azienda biologica non debba esasperare la specializzazione, ma piuttosto esaltare un orientamento produttivo; in questa direzione si muove l’integrazione o la reintegrazione di attività colturali con l’allevamento, quell’agricoltura mista menomata dalla semplificazione gestionale degli ultimi decenni. L’agricoltura mista è stata infatti tradizionalmente praticata in Europa fino all’affermazione della modernizzazione rurale, quando il sistema agricolo europeo si è progressivamente incanalato verso una settorializzazione dell’attività produttiva, recidendo il legame tra coltivazione e allevamento e mutilando i flussi di energia e materia, ossia non valorizzando l’energia radiante del sole per la produzione di biomassa e non reimpiegandola a fini di ripristino della fertilità dei suoli, o quale sottoprodotto per l’alimentazione o la lettiera degli animali allevati.
Il sistema è stato così orientato alla sola riduzione dei costi diretti di gestione, scaricando sulla collettività i guasti ambientali, aumentando al contempo la dipendenza da fertilizzanti di sintesi e da granelle per uso zootecnico provenienti da altri Paesi e continenti.
L’agricoltura mista, che il biologico illuminato cerca invece di rilanciare, punta a riconnettere le diverse attività produttive uscendo dalla specializzazione, recuperando razze locali e tradizionali in funzione dell’adattabilità all’ambiente, della resistenza alle malattie, della longevità e del mantenimento della diversità genetica. E, laddove utile e possibile, anche restituendo al bestiame una funzione ‘lavorativa’, come si realizza inserendo animali di bassa corte in orti, frutteti o vigneti perseguendo un controllo di malerbe e insetti, oltre che guadagnandoci in fertilizzante…
L’estensivizzazione è, inoltre, codificata nel DNA della zootecnia biologica per rispondere a esigenze di tutela ambientale, di naturalità delle produzioni e di benessere animale:
gli animali devono pascolare, razzolare, utilizzare il territorio, che è la loro prima fonte di alimentazione e la cui fertilità viene mantenuta grazie alle loro deiezioni che cessano di essere un problema di smaltimento diventando risorsa. Il biologico ha così assunto una prospettiva di questa ‘natura’, interpretando autenticamente il ruolo multifunzionale che si esercita anche oltre i confini dell’azienda: gestire il territorio, utilizzando
il metodo di agricoltura biologica come strumento operativo. Un approccio destinato ad acquisire sempre più valore e che ha incardinato sia le regole del settore fissate a livello internazionale da IFOAM, che i Regolamenti che in Europa normano il biologico. Metodo e modello, dunque, divenuti requisiti normativi.


Bio è Sociale


Alcuni tratti comuni delle aziende agri-sociali, documentati da una ricerca realizzata da AIAB nel 2011 nell’ambito della pubblicazione BioReport della Rete Rurale Nazionale, sono il ricorso a metodi di produzione biologica, biodinamica e a basso impatto ambientale, un tipo di conduzione agricola ad alto impiego di manodopera, una spiccata multifunzionalità, il ricorso a canali di vendita a filiera corta e la propensione
a lavorare in rete in stretto rapporto con il territorio. In tal modo l’agricoltura sociale si fa carico di difendere i beni comuni materiali e immateriali delle comunità.
L’Agricoltura Sociale (AS) comprende l’insieme di pratiche svolte su un territorio da aziende agricole, cooperative sociali e altre organizzazioni del Terzo Settore che coniugano l’utilizzo delle risorse agricole e il processo produttivo multifunzionale a basso impatto ambientale - prioritariamente e progressivamente con metodo biologico - con le attività sociali, finalizzate a generare benefici inclusivi, terapeutici, a sostenere l’inserimento
sociale e lavorativo di soggetti svantaggiati e a rischio di marginalizzazione e a favorire la coesione sociale, in modo sostanziale e continuativo. Tali attività devono essere realizzate in cooperazione con i servizi socio-sanitari e gli enti pubblici competenti del territorio e sottoposte a verifiche periodiche, attraverso un apposito rendiconto sociale.
L’AS si sviluppa su una logica di sostenibilità ambientale, sociale ed economica, con particolare attenzione alla tutela e conservazione delle risorse naturali per le generazioni future in ogni singolo territorio. In particolare, l’AS tende prioritariamente e progressivamente ad una produzione con metodo biologico, capace di salvaguardare allo stesso tempo la salute di tutti gli esseri viventi e l’ambiente. L’AS inoltre tutela il contesto ambientale attraverso la valorizzazione del patrimonio naturale e culturale, la promozione delle tipicità e delle eccellenze del territorio.
L’Agricoltura Bio Sociale risulta particolarmente inclusiva ed efficace perché permette il recupero terapeutico e l’inserimento lavorativo di persone con svantaggio socio-sanitario in ambiente sano, favorendo quindi una maggiore prevenzione e tutela della salute, sia dei soggetti svantaggiati, che degli operatori inseriti in azienda. La sua importanza è basata sul valore educativo del processo produttivo svolto nel rispetto dell’ambiente
e all’insegna della tutela del territorio e del paesaggio: si semina, si cura, si raccoglie e si mette sul mercato. Ognuno vede il frutto del suo lavoro ed è gratificato dal suo impegno nel ciclo produttivo, così come dal rapporto di responsabilità e relazionalità con i viventi, piante e animali, che l’attività agricola consente.
La produzione biologica è caratterizzata da una maggiore attenzione alla biodiversità, alle produzioni autoctone e alle tradizioni locali e permette di creare una rete di mercato locale meno inquinante. L’utilizzo di canali commerciali alternativi che valorizzano la filiera corta, come i mercatini locali di promozione e vendita diretta dei prodotti dell’agricoltura biosociale, favorisce la centralità di un nuovo rapporto produttore/consumatore e la creazione di modelli e scelte di acquisto motivati, diretti e più gratificanti per il consumatore.
L’Agricoltura Bio Sociale è quindi attenta alla ricerca di opportunità occupazionali per persone svantaggiate, considerando il lavoro come un valore e non come un costo per l’impresa. Le realtà impegnate in questo settore operano con spirito di cooperazione ed inclusione verso tutti i cittadini, rispettano i diritti personali, contrattuali e legislativi dei 10 lavoratori senza discriminazione alcuna, favoriscono la crescita professionale delle persone coinvolte nei processi produttivi. Le attività proposte sono sempre inserite in una progettualità personalizzata più ampia, che intende dare risposte alle esigenze dei singoli e produrre sia benessere, che coesione sociale.
L’AS promuove stili di vita sani ed equilibrati e tende all’innalzamento della qualità della vita locale nelle aree rurali e peri-urbane, anche attraverso l’offerta di servizi per le persone e le popolazioni locali. Tali servizi sono finalizzati al benessere complessivo dei cittadini, nell’ottica di un nuovo welfare diffuso e partecipativo. L’agricoltura multifunzionale e sostenibile può infatti concorrere a soddisfare vecchi e nuovi bisogni sociali, di protezione e di servizi alla persona, ai quali il welfare centralistico non è più in grado di rispondere.
Vengono quindi erogati servizi per la prima infanzia, attività rigenerative per adulti e anziani, così come attività di aggregazione e socializzazione delle popolazioni delle aree rurali.



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Come coltivare ed allevare il biologico buono


Tutto parte dalla terra e il bravo contadino bio lo sa! Per questo è particolarmente esperto ed attento nel garantirsi la fertilità del terreno, base della sana crescita delle piante e della salubrità e bontà dei raccolti. Il contadino bio conosce anche quanto sia importante che la sua azienda sia diversificata e complessa, ricca di biodiversità vegetale su cui si possano sviluppare anche la diversità biologica di insetti, microrganismi,
uccelli, mammiferi e di tutti gli esseri viventi che danno stabilità all’agro-ecosistema, rendendo quindi più semplice proteggere le colture da parassiti e patogeni.
In pratica il bravo contadino bio:

• mantiene, e dove serve aumenta, la sostanza organica dei terreni tramite la rotazione delle colture – ovvero alternando specie con radici diverse che “lavorano” per lui –, l’uso dei sovesci – colture che non si raccolgono ma si interrano, sono anche detti “concimi verdi”–, l’utilizzo di compost, letame e altre deiezioni animali e residui vegetali contribuendo così al riciclo di sostanze che altrimenti andrebbero perdute;

• costruisce negli anni un’infrastruttura ecologica aziendale composta da siepi, alberature, fasce inerbite e fiorite;

• sceglie le colture e le varietà tra quelle che si sono meglio adattate alla zona, cosa che non solo facilita la coltivazione ma garantisce anche prodotti buoni e “speciali”, che “parlano” della terra da cui provengono e delle mani che li hanno coltivati. Non utilizza mai prodotti OGM o derivati da tale tecnologia;

• quando necessario protegge le colture con prodotti naturali e non di sintesi chimica, in modo da essere certi di non lasciare residui pericolosi su frutta, verdura, granelle e foraggi.
Il contadino bio conosce gli animali che alleva e quindi fa in modo di farli vivere secondo la propria natura e necessità. In pratica:
• alleva i ruminanti al pascolo per buona parte dell’anno;
• fa in modo che tutti gli animali abbiano quotidiano accesso all’esterno e possano muoversi liberamente;
• li alimenta secondo la propria fisiologia, basando ad esempio l’alimentazione dei poligastrici (bovini, ovini e caprini) sui foraggi, in modo da far ben funzionare il rumine ed al contempo aumentare l’efficienza energetica dell’allevamento (tramite il ridotto uso di mais, soia ed altre granelle che possono essere utilizzate direttamente per l’alimentazione umana);
• non utilizza antibiotici e altri farmaci allopatici in forma preventiva e su tutti gli animali, ma solo sui singoli animali e nei momenti in cui una patologia lo richiede.


Vademecum del consumatore

Il bio si sceglie perché è sano, gustoso e ambientalmente sostenibile.
Sono tanti, però, i cittadini che non avendo familiarità con questo mondo si chiedono, e ci chiedono, se ci si possa fidare del biologico, se i prodotti presentati come bio siano davvero tali. Ebbene sì, ci si può fidare del biologico, almeno di quello certificato.
E vale la pena ricordare che i prodotti certificati come biologici vengono sottoposti per legge a controlli ispettivi e anche ad analisi a campione. Di seguito alcune ‘regole’ facili da seguire per essere certi di comprare prodotti biologici buoni e sicuri.

Leggere l’etichetta
Come principio generale consigliamo di comprare cibo biologico etichettato come tale ai sensi del regolamento europeo di settore. Per comprare biologico buono e sicuro, quindi, bisogna innanzitutto leggere l’etichetta. I prodotti bio immessi in commercio in Europa devono riportare il logo biologico europeo – una foglia bianca stilizzata disegnata con le stelline dell’Unione Europea su fondo verde – e accanto al logo riportare in etichetta le seguenti informazioni: identificazione del Paese di origine dell’azienda (es. It per Italia), il tipo di metodo di produzione (bio oppure org, o eko), il codice dell'azienda agricola o agroalimentare, il codice dell’organismo di controllo preceduto dalla dicitura: ‘Organismo di controllo autorizzato dal Mi.P.A.A.F’, nonché il luogo di coltivazione del prodotto (agricoltura UE/ Non UE). Può, inoltre, essere indicato “Agricoltura italiana” qualora tutti gli ingredienti siano di origine italiana. Se manca anche solo una di queste informazioni l’etichetta non è a norma.

Scegliere la filiera corta
Anziché al supermercato, oppure nei negozi, è meglio acquistare prodotti biologici in filiera corta o, meglio ancora, direttamente dal produttore (attraverso i GAS, gli spacci aziendali, i mercati di vendita diretta, le ordinazioni on-line). Accorciare la filiera, infatti, ha molteplici vantaggi: agevola rapporti più stretti tra produttori e cittadini consumatori, consente quindi di conoscere le aziende dalla quali ci si serve e la qualità
dei loro prodotti, infine, eliminando intermediari e passaggi commerciali, permette di abbattere il prezzo finale dei prodotti bio. Un evidente vantaggio per il consumatore che compra a un prezzo giusto, ma anche per il produttore che viene retributo in maniera più equa. Va ricordato, infatti, che sul prezzo finale del prodotto venduto in negozio o nella grande distribuzione incide molto il ricarico del punto vendita (nella formazione del
prezzo, infatti, il peso della produzione supera molto raramente il 50% del prezzo finale, mentre è notevole il peso percentuale del ricarico del punto vendita dal 30% al 40%).

Cercare prodotti italiani e provenienti da circuiti di trasformazione locali 
Il patrimonio enogastronomico italiano si esprime attraverso prodotti di qualità così elevata da rappresentare una componente importate delle nostra cultura nazionale. Per questo suggeriamo di comprare biologico buono e italiano, ancor meglio se locale. Oltre alla qualità tipica del made in Italy, acquistare prodotti locali è una buona pratica di consumo che riduce l’impatto ambientale dovuto all’imballaggio e al trasporto degli alimenti e rende più semplice la trasparenza di tutta la filiera (ossia sapere esattamente cosa proviene da dove). Proprio per garantire qualità, biologicità e italianità dei prodotti, l’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica ha creato da oltre 20 anni il marchio GaranziaAIAB, che viene apposto su prodotti con requisiti più restrittivi della regolamentazione comunitaria sul bio. In particolare l’azienda GaranziaAIAB deve essere tutta condotta con metodo biologico (non è ammessa l’azienda mista), deve alimentare il bestiame solo con alimenti biologici (non sono ammesse le deroghe del Reg. (CE) 834/07), deve lavorare solo materie prime ottenute in Italia e si impegna a prevenire, evitare e ridurre ogni forma di inquinamento, favorendo l’impiego di risorse ed energie rinnovabili.

Seguire il ciclo delle stagioni
Per avere prodotti bio buoni e gustosi è sempre bene comprare e mangiare i prodotti di stagione, coltivati secondo natura e senza ricorrere a strumenti artificiali quali serre riscaldate o temperate.

Fair trade 
Per alcuni prodotti, come il cacao o il caffè, non si può comprare il locale e nemmeno l’italiano. In tal caso, suggeriamo di prediligere le marche del fair trade, ossia quelle marche che assicurano un commercio equo e solidale, e quindi la giusta retribuzione dei contadini/produttori del bene in oggetto.

aiab1-9Il dossier è stato curato da AIAB.

Progetto grafico e impaginazione
Studio Ruggieri Poggi

Hanno contribuito alla redazione del BuonoBio
Luca Colombo
Giulia Colucci
Eduardo Cuoco
Laura Genga
Cristina Micheloni

Aprile 2012

 

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