C’era una volta un coniglio di peluche, e all’inizio era davvero bellissimo.
Aveva il mantello a chiazze marroni e bianche, baffi di filo di seta e orecchie foderate di raso rosa.

coniglietto-piccolo.

Per molto tempo, visse nell’armadio dei giocattoli e nessuno si occupò di lui. I giocattoli lo guardavano dall’alto in basso.

“Io sono il modello di una barca vera!”. Si vantava il veliero.
Il coniglio non poteva vantarsi di essere un modello di qualcosa, perché non sapeva nemmeno che esistessero i conigli veri: credeva che fossero tutti pieni di gommapiuma.
Solo un vecchio e saggio cavallino di stoffa era buono con lui.
Capiva la magia del mondo dei bambini e dei giocattoli.

“Che cosa vuol dire essere vero?”, gli chiese un giorno il coniglio. “Vuol forse dire avere dentro di te cose che ronzano e una manovella che sporge o una batteria?”.
“Per essere vero non conta come sei fatto”, rispose il cavallino. “E’ qualcosa che ti capita. Quando un bambino ti vuole bene da tanto, tanto tempo, e non solo per giocare con te, ma perché ti vuole bene sul serio, allora diventi vero”.

“Fa male?”, volle sapere il coniglio.
“A volte si”.

“Succede tutto di colpo, come quando ti caricano, o poco per volta?”.
“Non succede di colpo. Diventi. Ci vuole tempo. Di solito, quando diventi vero, hai già perso quasi tutto il pelo, ti si staccano gli occhi e le giunture cominciano a cedere. Ma una volta che sei vero, sei brutto solo per chi non capisce”.

“Immagino che tu sia vero”, commentò il coniglio.
“E’ stato lo zio del bambino a farmi diventare vero. Accadde molti anni fa. Ma una volta che sei vero, lo rimani per sempre”.
Il coniglio sospirò.
Aveva una gran voglia di sapere che cosa si provava ad essere veri, ma l’idea di diventare spelacchiato, di perdere gli occhi e i baffi lo rattristava.
Sperava di poter diventare vero senza passare attraverso tutte quelle cose.

  “Non è un giocattolo”

Nella stanza del bambino comandava una persona che tutti chiamavano Tata.
Una sera il bambino non trovava il cagnolino di pezza che dormiva sempre con lui.

“Ecco”, disse la Tata, “tieni il coniglietto”.
Prese il coniglio per un orecchio, o tirò fuori dall’armadio, e lo mise tra le braccia del bambino.
Quella notte, e per molte altri notti, il coniglietto di peluche dormì nel letto del bambino.
Da principio, trovò la cosa scomoda, perché il piccolo lo stringeva, lo ficcava sotto il cuscino, si addormentava sopra di lui.
Ma, ben presto, la cosa cominciò a piacergli, perchè il bambino gli parlava e giocava con lui.

Il tempo passava, e il coniglietto era così felice da non accorgersi che il suo bel mantello diventava ogni giorno più logoro, la coda si stava scucendo e il naso, a forza di ricevere baci dal bambino, aveva perso il suo bel colore rosa.
Una volta che il bambino fu chiamato all’improvviso mentre giocava nel bosco, il coniglio venne lasciato sull’erba fin dopo il tramonto e la Tata dovette andare a cercarlo perché il bambino non riusciva ad addormentarsi senza di lui.

“Hai proprio bisogno di quel coniglietto!”, lo sgridò la Tata. “Quante storie per un vecchio giocattolo!”.
“Non dire così. Non è un giocattolo. E’ vero!”.

Finalmente quel che aveva detto il cavallo era realtà!
La magia aveva funzionato ancora e lui non era più un giocattolo.

Era vero.

Lo aveva detto il bimbo.
Quella notte non riuscì a prendere sonno per la felicità, e il suo cuoricino di gommapiuma quasi gli scoppiava nel petto.


 Due conigli nuovi fiammanti

Vicino alla casa, c’era un bosco dove il bambino andava a giocare.
Portava con sé il coniglietto e, a volte, lo lasciava in un piccolo nido tra le radici.
Un giorno, mentre il coniglietto di peluche se ne stava lì solo, vide due strane creature avvicinarsi di soppiatto.
Erano conigli come lui, ma con tanto pelo e nuovi fiammanti. Li avevano fatti senz’altro molto bene perché le cuciture non si vedevano e quando si muovevano cambiavano forma.
Quando si avvicinarono muovendo il naso, il coniglietto cercò di vedere da che parte avevano il meccanismo.
Sapeva infatti che quando le creature saltano, di solito hanno una carica.
Ma non vedeva niente.
Dovevano essere una nuova specie di conigli.

coniglietti-insieme.


“Perché non ti alzi e vieni a giovare con noi?”, chiese uno di loro.
“Non me la sento”, mentì il coniglietto. Non voleva dire che lui non aveva meccanismi.
“Ma è facile!”, esclamò il coniglio peloso. Saltò da una parte e rimase ritto sulle zampe posteriori.
“Mi sa che tu non sei capace a farlo”.

“Invece si”, disse il coniglietto. “Posso saltare più in alto di tutti!”.
Voleva dire che questo avveniva quando il bambino lo lanciava in aria, ma non osava dirlo.
“Sai saltare sulle zampe di dietro?”, chiese il coniglio peloso.
Era una domanda tremenda perché il coniglietto non aveva zampe posteriori. La sua parte di dietro era fatta di un unico pezzo.
Sperava che gli altri conigli non se ne sarebbero accorti.
Ma i conigli selvatici hanno una vista molto acuta. Uno allungò lo sguardo.
“Non ha le zampe di dietro!”, esclamò, e cominciò a ridere.
L’altro coniglio lo annusò, arricciò il naso e fece un salto indietro.

“Ha un odore strano!”,  esclamò.
“Non è per niente un coniglio! Non è vero!”.

“Io sono vero!”, insistette il coniglietto. “Sono vero! Lo ha detto il bambino!”.

Con un salto, i due conigli scomparvero velocemente.
Proprio allora il sole calò e il bambino venne a riprendersi il suo coniglietto.  

“Bruciatelo subito!”

Un giorno, il bambino si ammalò.
Il viso gli divenne rosso e il corpicino era così ardente da bruciare il coniglietto quando lo stringeva a sé.
Persone sconosciute andavano e venivano.
Durante tutto quel tempo il coniglietto di peluche rimase lì, nascosto sotto le coltri.
Non si mosse mai, temendo che, se lo avessero scoperto, lo avrebbero portato via; e lui sapeva che il bambino aveva bisogno della sua vicinanza.
Poi la febbre scese e il bambino cominciò a star meglio.
Poteva rimanere seduto sul letto a guardare i libri illustrati mentre il coniglietto stava rannicchiato contro di lui.
E un giorno il bambino ebbe il permesso di alzarsi e vestirsi.
Il giorno dopo sarebbe partito per il mare.
Era tutto predisposto e non restava che eseguire gli ordini del medico: la camera doveva essere disinfettata e tutti i libri e i giocattoli con i quali il bambino si era baloccato mentre era a letto dovevano essere bruciati.

“E il suo coniglietto?”, chiese la Tata.
“Quello?”, disse il medico. “Per carità, è un concentrato di microbi infettivi! Bruciatelo subito e comprategliene uno nuovo”.

E così il coniglietto fu messo in un sacco con vecchi libri illustrati e tanti oggetti inutili e fu portato in fondo al giardino.
Il giardiniere promise che la mattina seguente sarebbe arrivato presto per bruciare tutto.
Quella notte, mentre il bambino sognava il mare, il coniglietto mise la testa fuori dal sacco.
Vedeva i cespugli dove aveva giocato con il bambino e fu preso da una grande malinconia.
A che serve essere amati e perdere la bellezza e diventare veri, se poi si finisce così?

E una lacrima, una lacrima vera, rotolò sul logoro nastro di velluto e cadde a terra.

La fata delle magie

Allora avvenne una cosa strana.
Dal terreno, nel punto in cui era caduta la lacrima, spuntò un fiore misterioso.
La corolla si aprì e ne uscì una bellissima fata che prese in braccio il coniglietto e lo baciò sul naso di velluto.

 “Coniglietto”, disse, “sono la fata delle magie dei giocattoli. Quando sono vecchi e sciupati e nessuno li guarda più, li porto via e li faccio diventare veri”.
“Ma io non ero vero anche prima?”.
“Eri vero per il bambino, perché lui ti voleva bene. Adesso sarai vero per tutti”.

Lo prese in braccio e lo portò nei boschi.
Lo depositò in una radura dove danzavano i conigli selvatici.

“Vi porto un nuovo compagno di giochi”, annunciò la fata. “Dovete essere buoni e insegnargli tutto quello che ha bisogno di sapere perché vivrà con voi per sempre!”.

Baciò ancora il coniglietto sul naso e lo depose delicatamente sull’erba.

“Corri a giocare”, gli disse.

Il coniglietto balzò nell’erba e si accorse improvvisamente di avere le zampette posteriori e anche una bella pelliccia nuova, soffice e lucida e le orecchie si rizzavano da sole e i baffi erano talmente lunghi che sfioravano l’erba.
Finalmente era un coniglio vero, felice di stare con gli altri conigli.
Passarono l’autunno e l’inverno e, quando le giornate si fecero tiepide e assolate, il bambino tornò a giocare nel bosco.
Un coniglio sbucò dalle felci e lo sbirciò.
Nel suo pelo stranamente chiazzato e nei lucidi occhi neri c’era qualcosa di familiare, tanto che il bambino pensò:

“Somiglia proprio al mio vecchio coniglietto di peluche che è andato perduto dopo la malattia!”.

Non seppe mai che era proprio il suo vecchio coniglietto, venuto a guardare il bambino che, per primo, lo aveva aiutato a diventare vero.


  conigli.
Margery Bianco

 

principe-del-forno. C'era una volta, ai tempi delle favole, quando i desideri potevano essere esauditi con gli incantesimi, un giovane principe.     Una vecchia strega l'aveva stregato e chiuso in un forno d'acciaio in mezzo alla foresta. Passarono gli anni e nessuno veniva a liberarlo. Un giorno una giovane principessa, passando per il bosco perse la strada del ritorno al regno di suo padre.

Dopo aver vagato per nove giorni si ritrovò in una radura del bosco in mezzo alla quale vide un vecchio forno d'acciaio. Dall'interno sentì una voce che le chiedeva come mai si trovava lì.    "Ho perso la strada del mio regno e non trovo nessuno che mi possa aiutare."

"Ti aiuterò io se anche tu farai quello che ti chiederò. Sono il figlio di un re molto più importante di tuo padre e voglio sposarti."
"Mio Dio - pensò la giovane, - cosa me ne faccio di un vecchio forno!" ma voleva tornare a casa e dunque disse di si.
Comparve una guida che stando al suo fianco e senza dire una parola in due ore la condusse al castello di suo padre.
La gioia fu grandissima all'arrivo della principessa....tanti baci e abbracci col vecchio padre, la ragazza racconto quello che era successo e della promessa fatta al forno di tornare; inoltre doveva portare con se una lama con la quale forare l'acciaio del forno.
Il padre svenne per la paura di rimandare nel bosco la sua unica figlia! Riprendendosi dette l'ordine di mandare nel bosco la bella figlia del mugnaio. La ragazza acconsentì e portò con se una lama.
Arrivata al forno si mise al lavoro ma era impossibile scalfire l'acciaio del forno.
La voce si fece sentire all'alba:
"Mi sembra che sta per sorgere il giorno"
"Si è vero sento il rumore del mulino!" "Vai via tu sei la figlia del mugnaio, deve venire la principessa".
Tornata al castello la giovane raccontò quello che era successo ma il re non voleva sentire parlare di mandare la figlia. Scelse una ragazza ancora più bella: la figlia del guardiano dei maiali a cui promise una grande ricompensa in oro.
Anche la seconda ragazza lavorò per 24 ore ma il mattino seguente la superficie del forno non aveva neanche un graffio. La voce si fece sentire:
"Mi sembra l'alba" "Sembra anche a me, sento il corno che richiama i maiali" "Vai via! sei la figlia del guardiano dei maiali ...deve venire la principessa."
La principessa si mise a piangere ma non c'era niente da fare. Prese la lama e andò al forno. Dopo due ore di faticoso lavoro si era formato un piccolo foro nell'acciaio del forno...la ragazza sbircio all'interno e vide un giovane bellissimo elegantemente vestito e pieno di gioielli. Aumentò il ritmo e presto il foro permise l'uscita del principe.
"Il tuo lavoro mi ha liberato! Sarai la mia sposa”.
Il principe desiderava tornare subito al suo regno insieme alla sua futura moglie. La principessa invece voleva tornare al castello per salutare suo padre.
”Va bene ma non devi dire più di tre parole”.
Tornata al castello la principessa dimenticò presto la promessa: aveva tanto da raccontare alle amiche e al padre!
Subito una forza misteriosa portò il forno lontanissimo, oltre le colline di cristallo.principe-del-forno-dentro Il principe che era rimasto fuori, era ormai libero.   La principessa tornò nel bosco a cercare il suo fidanzato, portandosi dietro poche cose e denaro quasi niente, ma il forno era sparito! Lo cerco per nove giorni e intanto la fame si faceva sentire.     Una notte si arrampicò su un albero per paura delle bestie della foresta. Da lassù a mezzanotte vide una luce, forse era una casa.      “ Lì sarò al riparo”…allora scese dall'albero e incamminandosi verso la luce trovò una vecchia capanna tutta ricoperta dalle erbacce.                                              Sbirciando dalla finestra non vide nessuna persona. C’erano tanti rospi e un bel tavolo imbandito con bicchieri di cristallo e piatti d’argento.
Facendosi coraggio la ragazza busso alla porta. Un piccolo rospo aprì la porta e la fece entrare. Tutti la salutarono e poi la fecero sedere. Chiesero da dove veniva e lei racconto tutto: di come aveva trasgredito all'obbligo delle tre parole con conseguente sparizione del forno. Adesso stava cercando il principe oltre le colline di cristallo.
I rospi le dettero da mangiare e da bere poi le prepararono un magnifico letto fatto di velluto e seta: dormì da dio!
Al mattino il rospo anziano mandò il piccolo rospo a portarle una scatola. Prese dalla scatola tre aghi che la principessa doveva portare con se per poter riuscire a superare la montagna di ghiaccio, passare oltre le tre spade pungenti e attraversare il grande lago. Dopo essere riuscita in queste prove avrebbe ritrovato il suo principe. Poi le dette le tre cose che sarebbero servite nel viaggio: tre grandi aghi, un piccolo aratro e tre noci. Doveva avere molta cura di loro.
La ragazza riprese il viaggio. Quando arrivò alla montagna di vetro che era tanto sdrucciolevole, lei si conficcò i tre aghi nelle suole delle scarpe e riuscì passo dopo passo ad arrivare in vetta. Là scelse con cura un luogo per nascondere gli aghi. Arrivata alle tre spade penetranti si sedete sull’aratro e rotolò su. Finalmente arrivò di fronte ad un grande lago, e dopo averlo attraversato, arrivò ad un castello grande e bello.
All’ingresso disse alle guardie di essere una ragazza povera in cerca di lavoro. Comunque, lei seppe che il figlio del Re che lei aveva liberato dalla stufa di ferro nella grande foresta era nel castello.
Fu presa come sguattera in cucina.
Intanto il figlio del Re pensando che lei fosse morta si era fidanzato con un'altra fanciulla.
La sera, dopo aver finito i lavori, la ragazza sentì qualcosa in tasca e così trovò le tre noci che il vecchio rospo le aveva dato. Lei ne ruppe una coi denti e stava per mangiare il nocciolo quando si accorse che all’interno c’era un vestito meraviglioso.
Quando la promessa sposa sentì del vestito, venne e chiese se il vestito fosse in vendita dicendo:
"Non è un vestito per una sguattera”.
La ragazza disse di no, lei non lo avrebbe mai venduto ma se la sposa le accordava una cosa avrebbe potuto averlo gratis: Doveva per una notte lasciarla dormire nella camera del principe!
La sposa diede il suo permesso perché il vestito era così bello, e lei non ne aveva mai avuto uno uguale. Quando stavano andando a letto disse al principe che la sciocca sguattera avrebbe dormito nella stanza della cameriera. Comunque, per maggiore sicurezza mise nei bicchieri dello sposo e della principessa un fortissimo sonnifero.
La principessa pianse tutta la notte mentre provava a parlare al principe:
“Ti ho liberato dalla stufa, e non mi riconosci più! Sono andata su una montagna di vetro, passata attraverso tre spade acute, ed un grande lago per trovarti e ancora tu non mi senti!" Il cameriere del principe che passava la notte seduto fuori della stanza del suo padrone senti i lamenti e il pianto della ragazza e di mattina lo disse al suo padrone.
La sera successiva la ragazza aprì un'altra noce trovando un vestito ancora più bello.
La fidanzata del principe chiese ancora se era in vendita ma la ragazza non voleva soldi e chiese di nuovo di passare la notte nella camera del principe. La fidanzata del principe accetto ma come la sera prima, mise il sonnifero nel bicchiere del principe. Tutto fu uguale alla sera precedente e i camerieri avvisarono il principe. E nella terza sera, quando la ragazza apri la terza noce trovò un vestito tutto d’oro di una bellezza mai vista.
La promessa sposa accetto di lasciare la sguattera nella camera del principe in cambio del vestito. Comunque, il figlio del Re era adesso in guardia e gettò via il sonnifero. Perciò, quando lei cominciò a piangere dicendo: "Amore Prediletto io ti ho liberato quando eri nella stufa di ferro nella foresta selvatica e terribile", il principe sentì tutto, l’abbracciò e decise di sposarla subito.
Partirono la sera stessa in una bella carrozza portando via i vestiti delle noci. Passarono il lago, le spade e la montagna e riuscirono ad arrivare indenni alla casetta dei rospi.
All’interno trovarono tutto cambiato: era un grande castello, ed i rospi erano tutti principi allegri e felici .
Poi il matrimonio fu celebrato, ed il figlio del Re e la principessa rimasero in questo castello che era molto più grande dei castelli dei loro padri.
Il vecchio Re si addolorò ad essere rimasto solo, ma la coppia felice lo portò a vivere con loro. Avevano due regni, e vissero felici.

 

 

principe-forno-finale.

Fiaba raccontata il 25 Giugno 2011 a Correggio alla Notte Bianca

 

C'era una volta una gara di ranocchi. L'obiettivo era arrivare in cima a una gran torre.
Si radunò molta gente per vedere e fare il tifo per loro.
Cominciò la gara...
In realtà la gente probabilmente non credeva possibile che i ranocchi raggiungessero la cima, e tutto quello che si ascoltava erano frasi tipo: "Che pena!!! Non ce la fanno mai!".
I ranocchi cominciarono a desistere, tranne uno che continuava a cercare di raggiungere la cima.
La gente continuava: "...Che pena, non ce la faranno mai!!!"
E i ranocchi si stavano dando per vinti tranne il solito ranocchio testardo che continuava a insistere.
Alla fine tutti desistettero tranne quel ranocchio che, solo e con grande sforzo, raggiunse alla fine la cima.
Gli altri vollero sapere come avesse fatto.
Uno degli altri ranocchi si avvicinò per chiedergli come avesse fatto a concludere la prova...e scoprirono che...ERA SORDO!

 

ranocchio.

 

"Riceviamo immagini e pensieri da Lola, Cosa Piccola, dalla Francia. Mille grazie e un bacio grande."

 

lola.

 

- “Quando qualcuno ci ama, il modo di dire il nostro nome è diverso.

Si sa che il nostro nome è al sicuro nelle sua bocca.”

 

- “L’amore è quando qualcuno vi fa male e voi siete molto arrabbiati, ma non gridate per non farlo piangere.”

 

”Se voi volete provare ad amare, bisogna cominciare da un amico che detestate.”

 

lola. lola.

 

- “Non si deve dire “ti amo” se non è vero. Ma se è vero, bisogna dirlo spesso.La gente dimentica.”

 

lola. l

 

Un tempo gli alberi e la terra erano ottimi amici...... ma un giorno, non si sa perchè, la terra iniziò a criticare gli alberi e ad avercela con loro. Diceva che si divertivano a nasconderle il sole, a privarla della sua luce. Diceva anche che si divertivano a deviare la pioggia destinata a lei. Serbava rancore e non smetteva di dire: “Anche il pesce che vive nell'acqua ha sempre sete”. A partire da quel momento, la terra cominciò ad augurarsi la morte degli alberi. Non faceva che pensare al male che gli alberi le facevano, secondo lei. Ci pensava in continuazione. E più ci pensava,più si innervosiva, più si sentiva ferita dall'atteggiamento degli alberi e più ce l'aveva con loro. E più ce l'aveva con loro, più il desiderio di vendicarsi si impadroniva di lei. Ben presto, a forza di rimuginare sui motivi del suo risentimento, la terra divenne un immenso corpo desideroso di vendetta. Ciascuna delle particelle di polvere che la componevano era piena di collera. Ognuna di esse voleva punire gli alberi.

Ed é così che la terra avvelenò gli alberi. Loro , che erano soliti trovare in lei ristoro e nutrimento, trovarono ormai solo cattiveria e durezza. Anche se” la forza del baobab è nelle sue radici”, parecchi alberi non riuscirono a resistere alla cattiveriadella terra. Alcuni iniziarono a morire. Allora la terra si rallegrò della sua vittoria. Infine avrebbe riacquistato il contatto diretto con il sole e gli alberi non le avrebbero più rubato le sue carezze. Inoltre avrebbe potuto godersi la pioggia; gli alberi non avrebbero più bevuto l'acqua destinata a lei, non avrebbero più impedito all'acqua di raggiungerla. La terra era talmente contenta che iniziò a ridere, a ridere......Quando ebbe finito di ridere , si accorse di avere un po' di sete. Allora pensò di chiamare la sua amica pioggia. La chiamò e la pioggia arrivò. La terra chiese alla pioggia di abbeverarla. E la pioggia accettò ed iniziò a cadere sulla terra. Alla terra piacque la sensazione che le gocce suscitavano in lei e quindi disse alla pioggia: “ oh, ti prego, non smettere! Qualunque cosa succeda non smettere mai più! E' così bello sentir cadere le tue gocce su di me!”.

La pioggia fece quello che la terra le aveva chiesto. Non le capitava tutti i giorni di poter cadere a volontà. In generale, la gente le metteva dei limiti affinchè non esagerasse; la pioggia adorava cadere, cadere.....Ma la terra non aveva posto alcun limite. Era talmente contenta di essersi sbarazzata degli alberi e ora voleva spassarsela! Allora la pioggia cominciò a cadere. Inviò le sue gocce incontro alla terra più debolmente che potè. All'inizio la terra lo apprezzò molto. Ma dopo un po' si rese conto che tutte quelle gocce la bagnavano parecchio. Si sentiva tutta strana. Tutta trasformata. Allora si guardò un po' meglio e si accorse che stava diventando liquida. Ormai il suo corpo era solo fango e c'era talmente tanta acqua dappertutto che si formavano ruscelli. Piccoli ruscelli che le scavavano la carne strappando via piccole zolle di terra. Impaurita, la terra supplicò la pioggia: “Per favore smetti! Adesso basta! Mi farai del male se vai avanti così”.

 

La Terra e la pioggia.

 

Ma la pioggia proseguì come se non avesse sentito: era così contenta di cadere! E tanto piovve che piovve fino all'ultima goccia. Quando smise, la terra era ricoperta di tagli profondi. Aveva freddo. Era dolorante. Si sentiva debole. Non sapeva più cosa fare. Se solo , solo avesse potuto sentirsi meno bagnata! Se solo avesse potuto sbarazzarsi di tutta quell'acqua che la riempiva! Ma come? Come? A un tratto la terra pensò al sole, ai suoi raggi così caldi. Pensò fra se che sicuramente lui avrebbe potuto aiutarla. Allora lo chiamò . E il sole venne. La terra chiese al sole: “sole, bel sole, per favore, aiutami. La pioggia mi ha inzuppata, sono tutta bagnata e ho tanto freddo! Aiutami a riscaldarmi. Ti prego, fai andare via tutta quest'acqua, fa che non ritorni mai più!!!” .

Il sole accettò. Non gli chiedevano tanto spesso di risplendere , di risplendere fino a far scomparire tutta l'acqua. Di solito gli chiedevano di trattenersi un po'... mentre a lui piaceva così tanto risplendere! Il sole riscaldò la terra. Posò i suoi raggi su di lei in modo da far fuggire l'acqua. La terra fu invasa da un dolce calore. Sulle prime si sentì tutta ristorata e ringraziò il sole con tutto il cuore e lo pregava di continuare, era così bello. E il sole continuò. A poco a poco però la terra iniziò a pensare che facesse un po' caldo. Lo disse al sole, ma non c'è peggior sordo del sole quando ha deciso di risplendere, e lui continuò. Ben presto il calore divenne insopportabile. L'acqua era evaporata quasi completamente e la terra aveva di nuovo sete. Ancora una volta chiese al sole di smettere. Ancora una volta lui fece finta di non sentire.... Presto scomparve l'ultima goccia d'acqua presente sulla terra. Presto la siccità le aprì nuove spaccature nella carne. Allora la terra capì che sarebbe morta presto. Presto sarebbe stata ridotta in polveri che il vento si sarebbe divertito a disperdere. Presto sarebbe stata un immenso deserto, senza più alcun canto di uccelli, senza più alcuna compagnia, se non quella del sole che la uccideva a poco a poco. Allora iniziò a ripensare alla sua vita di un tempo, quando gli alberi la proteggevano dagli eccessi del sole e della pioggia, gli alberi, che si frapponevano fra quei due pazzi e lei perchè non la bruciassero, perchè non la annegassero. Gli alberi, che sapevano dire le parole giuste, perchè il sole e la pioggia non esagerassero. La terra decise allora di convocare gli alberi che avevano resistito alla sua cattiveria e di riconciliarsi con loro. Durante l'assemblea disse loro :

“ Cari fratelli, come ben sapete, 'la lingua che si biforca fa più male del piede che inciampa'. Riconosco il mio errore, sono inciampata e non desidero che la mia lingua si biforchi. Per questo vi ho chiamato. Vi chiedo perdono per i vostri fratelli che sono morti a causa della mia cattiveria, ho capito che ' perfino la mosca dal bel volo non diventerà mai un uccello'. Ho capito che occupate un posto di primo piano nella mia vita e che siete insostituibili. Come dice un adagio dei nostri antenati: ' è all'estremità della vecchia corda che si tesse quella nuova', per questo vorrei che facessimo un nuovo patto di solidarietà e di fraternità. Vorrei vivere insieme a voi, poiché la vostra vita è legata alla mia e viceversa. Vi chiedo perdono mille volte....ridatemi la vostra protezione e in cambio vi assicurerò una perennità e una capacità di rigenerarvi per il bene del- l' umanità”.

Dopo essersi consultati a lungo, gli alberi accettarono il patto... ma era troppo tardi perchè la terra potesse ritrovare la sua forma iniziale. Non aveva più acqua, non aveva più forze. In certe zone gli alberi non potevano più rinascere, poiché il dominio del sole era troppo forte. Per sempre.

 

Tratto dal libro “AMICI PER LA PELLE” favole del Benin e del Camerun Ed. EMI di Bonaventure Dossou-Yove e Esoh Elamé