La straordinaria storia dell'uccello e del seme

uccello_albero. C'era una volta un ragazzotto alto e con gli occhiali che viveva da solo in una casetta sul lato sud della città.
Una vita piena di cose passate, ricca nel presente e luminosa nello sguardo speranzoso al domani.
Non disdegnava certo di dedicarsi a qualcosa che lo rendesse felice come usar le sue grandi mani in qualsiasi cosa, così tra le altre cose, nel corso degli anni, riempì il suo piccolo balcone di vasi di piante e fiori.
Li innaffiava, li curava, li coccolava a modo suo ed il vederli crescere rigogliosi lo rendeva parecchio orgoglioso e contento. Da seme a frutto, un percorso entusiasmante, fasi di vita...
Talvolta riuscì anche a crescere e veder mutare sotto i suoi occhi splendidi bruchi, che lì avevano trovato casa, in belle farfalle, seguendone tutte le fasi. La magia della vita e del continuo cambiare e divenire!
A volte qualche uccello andava a trovarlo, come attratto dalla curiosità di vedere come crescevano i germogli, come procedeva l’evoluzione dei bulbi. E talvolta, per capirlo, scavava anche alla loro ricerca, sparpagliando terriccio su tutto il pavimento del balcone. Quel ragazzo non ne era sempre così contento…

Un giorno, mentre con l'innaffiatoio dissetava una pianta bisognosa, una strana cosa in mezzo alla terra colse la sua attenzione. Aveva una forma ovoidale, quasi una ghianda venuta dallo spazio, legnosa, di colore marrone scuro. Si incuriosì e toccandola capì che era un seme, grande e pesante, certamente non era capitato lì da solo, il vento non lo avrebbe mai potuto sollevare fino al secondo piano per depositarlo delicatamente su quel materasso di terra che era contenuta nel vaso.seme
Misteriosa questa cosa! Qualcuno lo doveva aver riposto lì a sua insaputa, e chi se non uno di quei buffi pennuti dal becco giallo che ogni tanto lo andavano a visitare…
Quel ragazzo accolse quel seme come se avesse adottato un figlio in un qualche modo donato dal cielo, lo provò a curare insieme alle sue piante e così riuscì a capire che in realtà non era altro che una specie di quercia…
“Che ridere - pensava - sta a vedere che mi cresce una quercia sul balcone!! Invece che la casa sull’albero, l’albero sulla casa!!!”
Ma il tentativo non andò a buon fine e dopo qualche tempo il germoglio che da quel seme era derivato non riuscì ad andare oltre.
Il ragazzo, seppur dispiaciuto, non ci pensò più ma la primavera seguente, periodo di rinascita, ritrovò nuovamente un altro seme in un altro vaso.
Solito ignoto donatore volante...
E la storia cominciò di nuovo ma purtroppo per concludersi con lo stesso esito.
“Forse troppa acqua, o troppo sole, forse la terra non era giusta, il vaso troppo piccolo…” si disse. Il ragazzo si interrogava, non cercava giustificazioni bensì spiegazioni valide che potessero placare il suo dispiacere ed al contempo l’amarezza di quella che reputava in un qualche modo una sconfitta personale.
Poi anche l’estate finì e, come ogni anno, ripose via alcuni vasi ormai senza più vegetazione e solo ricolmi di terra asciutta. Come sempre li mise nel suo garage, ancora pieni di terra, con l’intento prima o poi di svuotarli e riutilizzarli l’anno successivo per altre semine ma con terra nuova.
Lì li pose. E lì restarono. Forse se ne dimenticò anche.
Continuò a curare ciò che aveva tenuto sul balcone, i prescelti, gli immortali che avrebbero retto anche la rigidità pungente dell’inverno che sarebbe arrivato.

Poi dopo qualche tempo, a fine primavera, arrivò una nuova fase di vita e con essa il momento di lasciare quella casa e dovendo trasferirsi altrove iniziò aterriccio spostare un pò di cose nel suo garage, cartoni, scatole, mobili...
E così, cercando di ottimizzare lo spazio in quel luogo sempre chiuso e buio, spostando un cartone ricolmo di ricordi del cuore, trovò un vaso ormai dimenticato da tempo, uno di quelli deportati.
La terra era asciutta e secca, non una stilla di umidità a imbrunirne il colore ed a toccarla si sbriciolava come sabbia. Fragile ed al contempo all’apparenza sterile e infruttuosa, evidentemente incapace di far da placenta ad alcunché.
Ma da quel vaso usciva un filo bianco.
No, non era un filo, era un cavo, un cavo elettrico, tipo uno di quelli da tv.
Guardò meglio, si avvicinò.
Il “cavo” era infilato nella terra e si ergeva esile ma sinuoso come radici di mangrovia che escono dall’acqua, sottile e bianchissimo, lungo almeno mezzo metro.
In cima aveva l’abbozzo di quattro foglioline, tentativo estremo di visibilità e radar di quella poca luce che filtrava da una finestrina.
Ricordi e obblighi genetici. Potenza della Natura.
Dentro a quel vaso, riposto all’inizio dell’autunno, aveva giaciuto nascosto e silenzioso nella terra, un altro seme, esattamente uguale agli altri.
Con tutte le sue forze si era imposto, aveva ostinatamente tentato la fuga dalla notte che lo circondava, dall’arsura di un vaso che lo costringeva, impadronendosi gelosamente e famelico di ogni eventuale goccia di umidità che avesse potuto cogliere.
Si era eretto finchè poteva, periscopio di vita.

Estasiato, quel ragazzo rimase a guardarlo ammirato per un po’, incredulo e commosso, come quando non si capacita di quelle che talvolta appaiono mere coincidenze (ma che tali non sono…) e riflette sul buffo senso dell’umorismo che ogni tanto il fato esprime…
Poi lo prese, scavò una buca in cortile e lo trapiantò nel giardino di quella casa che a breve avrebbe lasciato, in una terra fertile e umida, che potesse dare a quel germoglio il nutrimento che necessitava.

Oggi, ogni volta che scende e gli passa accanto, lo guarda e sorride.
Ora è verde e più robusto, sta crescendo, incredulo delle sue peripezie e avventure.
Si farà grande.
E quel ragazzo ancora di più.

Sempre grazie a quegli esseri che negli anni non hanno mai mancato di donarmi il seme della speranza e l’occasione di rinascere.

 

 

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